sabato 8 luglio 2017

Surfin' Bird


Formula Humor @FormulaHumor 28 giu
Comunque sto fatto che la FIA ancora non abbia preso provvedimenti sui liquidi di dubbia provenienza che fa bere RIC sul podio...


25 giu
Sì, noi giornalisti siamo riusciti a passare in 24 ore da "EMERGENZA CALDO SICCITA'" a "EMERGENZA NUBIFRAGI PIOGGIA". C'è del virtuosismo.

25 giu
Ha ragione Lewis, la mossa di Seb non è da 4 volte WC, è da 7...

Quindi è ufficiale: proprio cani e porci!

I Captcha sono diventati ormai così difficili da risolvere che sono giunto alla conclusione di essere un bot

11 giu
Piero Angela: "Non si può mettere il dubbio la scienza. Quando sono nato io l'aspettativa di vita era di 50 anni, io ne ho 90"

Spogliatoi femminili delle palestre.. tipo non aprite quella porta ft. quello che le donne non dicono

First GP in a while, 2 min before start, and you're telling your former teammate you're gonna pee in his seat. , what a legend.

Uomini. Hanno inventato il brizzolato che fa sexy, la barba incolta che fa intellettuale, la panza che fa sostanza. So' più svegli, dai.

Il mio cuore dice "viaggia", la mia testa dice "aspetta l'estate", l'Instagram di Chiara Ferragni dice "ma dove vuoi andare poraccio"

Sono ufficialmente entrata in quell'età in cui la tecnologia mi accade, non che la capisca più veramente

Vettel e Hamilton che sputano l'acqua di rose. :-/ Lo sanno che c'è gente che ha bevuto dalla scarpa di Ricciardo? XD

Come si chiama l'App per sapere se una donna ha ragione? Apprescindere

Tutti intellettuali e non c'è uno che sappia togliere l'audio al telefono

Come se gli altri Monday fossero da morì dal ridere.

Best hashtag ever

lunedì 26 giugno 2017

Appeso a testa in giù

Una volta ottenuto il pezzo di carta che afferma la propria ragione, il gioco, ovviamente, non è affatto terminato. Neanche a dirlo.
Facendo riferimento al nostro bel caso di sfratto, al quale già ci siamo affezionati, vediamo di andare ancora un po’ più avanti.
Il primo passo che il nostro amico proprietario deve compiere, per mezzo del suo avvocato, ovviamente, è quello di andare a ritirare in cancelleria il titolo in originale: la cancelleria a questo punto è molto diligente, prende tutta la cartaccia che l’avvocato ha prodotto in giudizio sino a quel momento e ne fa un bel plico voluminoso. Si faccia attenzione: questa vicenda del volume del plico non è un aggettivo dato a casaccio: qui c’è una doppia citazione, necessaria perchè il nostro amico inquilino non ha ritirato la notifica, che, come se non fosse già stata pagata abbastanza, si farà sentire ancor più grazie ai diritti di copia, da pagarsi necessariamente per notificare il provvedimento insieme al precetto.
Precetto: che poi sarebbe un pezzo di carta, altro atto che l’avvocato dovrà necessariamente redigere e farsi pagare per il tempo che ha impiegato a farlo, per intimare l’inquilino a rispettare l’ordine del Giudice e mettergli un sacco di paura minacciandolo di procedere con le brutte se ancora non si degna di rispondere a tutte queste belle cartoline che gli si stanno mandando. Tempi tecnici 10 giorni per ottenere originale, farne fotocopie, scrivere il precetto e portare tutto agli ufficiali giudiziari per la notifica, spese: altri 20 euro per la notifica e 10 per i diritti di copia.
Dopo la notifica è necessario attendere ancora: prima di 10 giorni non è possibile fare alcunché, poi, entro il 90esimo bisogna dare avvio alla procedura esecutiva, come se fino a questo momento avessimo giocato a briscola. Da notificarsi è quindi un preavviso di sfratto, atto che, teoricamente è di competenza dell’ufficiale giudiziario ma che, nella pratica, deve essere redatto dall’avvocato e consegnato all’ufficiale perchè lo firmi e lo consegni allo sfrattando: altro preziosissimo pezzo di carta con il quale si avvisa, perchè forse ancora non lo sospetta, che stiamo procedendo con le cattive. Lo si avvisa anche di quando gli andremo a bussare alla porta per sbatterlo fuori: giusto per dargli l’occasione di non farsi trovare. O non aprire la porta. O trovare altra buona occasione per cincischiare. Tempi tecnici dal giorno in cui gli notifichiamo il precetto a quando l’ufficiale si recherà a bussare alla porta: probabilmente dipende anche dalla geografia d’Italia, dalle mie parti, almeno tre mesi, spese vive: 20 euro per la notifica del preavviso, altri 20 euro per chiedere all’ufficiale di andare a bussare alla sua porta e chiedergli cortesemente se intende uscire insieme a tutta la sua roba.
Perchè è così che vanno le cose: alla faccia di tutto quello che si diceva ormai tre post fa, dove l’ufficiale giudiziario era inquadrato come il demone nero del corrotto sistema nazionale, per dirla tutta l’ufficiale non ha assolutamente alcun potere in più rispetto a quello di bussare la porta. Al 99% dei casi nessuno apre quella benedetta porta e tutto si risolve imbucando in cassetta un avviso con la data del prossimo passaggio. Anche in quell’1% sciagurato dei casi, tuttavia, se la persona candidamente dovesse aprire la porta e rispondere di non essere intenzionata ad uscire l’ufficiale non potrebbe far altro che dargli un altro appuntamento.
Al secondo appuntamento, sperabilmente, l’ufficiale sarà accompagnato dalla forza pubblica, in questo modo è possibile fare qualcosa in più. Però la forza pubblica ha un mucchio di cose da fare già di per sè nella vita, non è che possa essere a disposizione di ogni singolo proprietario di casa che deve togliersi una palla dal piede: tempi tecnici perchè sia possibile tornare a bussare alla porta altri due mesi. Almeno.
Che sia questo il momento buono per risolvere l’intera situazione una volta per tutte?
Ma figuriamoci. A questo punto possono sorgere una moltitudine di complicazioni, roba che varia dalla presenza nell’appartamento di persone anziane, persone malate, bambini, disabili… o cani. Per tentare di essere pronti a tutto, o alla maggior parte delle cose a cui si può con coscienza iniziare a pensare, davanti alla porta insieme alla forza pubblica è necessario che siano presenti quantomeno un fabbro, che si occupi della serratura, e un medico, che ne accerti l’uscita in salute e dignitosa. Due professionisti, in ogni caso, che giustamente hanno diritto a farsi pagare per il solo fatto di essere lì a fissare qualcuno che bussa alla porta. Spese vive per l’intero secondo accesso: altri 20 euro per far uscire l’ufficiale dalla sua stanzetta e per i professionisti…
“Dipende”
“Mi perdoni… dipende da cosa?”
“Eh… se vuole la fattura o meno”
“E se la voglio?”
“Ah...boh… dai 250 euro in su almeno… però se non vuole la fattura…”
“La voglio grazie!”.
...to be continued...

sabato 24 giugno 2017

Lo strano percorso

... continua ...
Ma andiamo per ordine: quando lo racconto molti non ci credono. Come fanno a passare due \ tre anni? E perchè due o tre? La differenza è un lasso di tempo di ben 12 mesi: davvero ci può essere questa differenza? Procederò per approssimazioni, giusto per non essere troppo noiosa, giusto perchè si capiscano i termini del problema.
Il primo atto che il legale si impegnerà a compiere una volta che l’avente diritto gli va a bussare la porta e una volta esaminata la questione è scrivere una bella letterina, scriverà all’inquilino moroso che si sta offendendo ma che è pur disposto a perdonarlo se si mette in contatto con lui entro 15 giorni. Ovviamente la letterina dell’avvocato sarà spedita con una bella busta, che lo stesso professionista avrà pagato un mucchio di soldi dal suo bel tipografo perchè risalti in tutta la sua opulenza… e che l’inquilino riconoscerà a chilometri di distanza rifiutandosi categoricamente di ritirare e che finirà in mezzo a tante altre in una puzzolentissima giacenza. Tempo minimo perchè la preziosa epistola vada e torni dall’ufficio postale: almeno un mese, e 5 euro di raccomandata ed un altro paio per un certificato di residenza assolutamente irrilevante.
Solo dopo il suo ritorno il legale può procedere a scrivere l’atto: questo va consegnato all’inquilino a mezzo ufficiale giudiziario e dopo portato in Tribunale. La data d’udienza la può scegliere l’avvocato, quindi spesso non si va molto per le lunghe: tempo tecnico per tutte queste operazioni un altro mese, mediamente 20 euro per la notifica, oltre ad un contributo unificato per l’iscrizione a ruolo del ricorso proporzionale alla morosità maturata sino a quel momento, indicativamente 50 euro, ed una marca da bollo da 27 euro.
Ovviamente, e questo lo si dia per scontato, quando l’ufficiale giudiziario è andato a bussare alla porta per consegnargli l’atto non ha trovato nessuno ad aprirgli. Gli ha lasciato un biglietto attaccato alla porta invitandolo ad andarsene a prendere una copia… ma sappiamo tutti che non è così. Perchè? Perchè alla benedetta prima udienza quando il Giudice si renderà conto che l’inquilino non ha avuto modo di conoscere la data dell’udienza perchè, poverino, non ha avuto modo di leggere l’atto, fisserà un rinvio abbastanza lungo da concedere spazio di manovra al professionista per preparare un nuovo atto, notificarlo tenendo in considerazione non solo i 20 giorni di legge tra la notifica e l’udienza successiva ma anche il termine per il perfezionamento della giacenza nel caso in cui, casualmente, anche questa volta l’inquilino non fosse in grado di aprire la porta all’ufficiale. Tempo tecnico per tutte queste operazioni 2 mesi e altri 2 euro per un nuovo certificato di residenza e 20 euro per la notifica.
In sostanza, a questo punto della storia, da quando il proprietario è entrato per la prima volta dalla porta del professionista che lo rappresenta per lamentarsi del suo inquilino maldestro, sono trascorsi almeno 4 mesi, sono già stati spesi in media 100 - 150 euro,  e non è successo assolutamente niente… tranne per il tassametro dell’avvocato che, tra lettere, atti e vacazioni non ha smesso un attimo di girare. Ma andiamo avanti.
Giunti finalmente alla seconda udienza e procurato un nuovo certificato di residenza successivo alla (tentata) notifica, perchè non si sa mai, in quell’occasione magicamente l’inquilino moroso potrebbe comparire davanti al giudice lasciando l’avvocato a balbettare qualcosa come … no… ma...non ha ritirato la notifica… magia! Davanti al Giudice c’è arrivato e ci resta. Anche perchè l’unica ragione per cui si è palesato è per pronunciare un’altra formula magica: chiedo termine di grazia.
Per i profani della materia: “chiedo termine di grazia” è qualcosa tipo “il potere del trio coincide con il mio”, apre tutte le porte ma, mi raccomando, non siate ingenui. Non provate a cercare una simile diavoleria sul codice di procedura, non esiste. Il “termine di grazia” è un'espressione che non trova fonte nella legge ma, davanti alla quale è impossibile porre alcun rimedio. Formalmente l’inquilino può presentarsi davanti ad un Giudice chiedendo di poter rimanere all’interno dell’immobile per un termine sufficiente a rientrare della propria morosità: questo è l’unico fine che, ripeto, formalmente può essere ammesso perchè il Giudice non ordini il rilascio. Sempre formalmente questo può essere al massimo di 90 giorni. Tolta tutta questa formalità nella realtà dei fatti l’inquilino si presenterà davanti al Giudice sostenendo di non poter pagare e di volere il termine di grazia. Il professionista obietterà che non ci sono gli estremi perchè controparte non ha fornito alcuna dimostrazione che sia in grado di rientrare della morosità e questo ribatterà che “OVVIAMENTE non può fornire alcuna prova, perchè non ha un lavoro!“. Prima di arrendersi all’evidenza il professionista giocherà la carta del periodo “purchè breve”, richiesta che verrà ovviamente ignorata dal Giudice che invita le parti a non farsi più vedere per i prossimi 90 giorni. Tempi tecnici per queste operazioni: tre mesi, durante i quali potete pure scommetterci che della morosità non verrà saldato un solo centesimo, pur continuando inevitabilmente ad aumentare...perchè non ha un lavoro.
A questo punto della vicenda il proprietario sarà giunto al punto tale da ascoltare quello che gli dice il suo avvocato con un filo di incredulità, spesso si domanda quale sia stato il suo errore, forse ha scelto un professionista sbagliato? Forse questo non era in grado di risolvere una questione così semplice? Quando trova il coraggio e riesce a scavalcare la timidezza iniziare proverà anche a domandare: ma scusi, quella procedura rapida e privilegiata di cui parlavamo all’inizio che fine ha fatto? Com’è che non siamo riusciti ad azionarla? Ed è questo il bello, perchè questa è la procedura rapida ed efficace di cui si parlava all’inizio: trascorsi i tre mesi di rito, non avendo scucito un solo centesimo, probabilmente l’individuo si vergognerà di ripresentarsi davanti al Giudice per ammetterlo, quindi il professionista, rimasto ancora una volta unica parte in giudizio, aggiornerà i conteggi in favor di Giudice che, con un pratico modellino precompilato che trova in mezzo alle sue scartoffie ordinerà definitivamente il rilascio dell’immobile. In meno di un anno dall’inizio del procedimento è possibile avere, percorrendo questo percorso, un provvedimento immediatamente esecutivo a proprio favore: con i tempi medi della giustizia soli 7 mesi per uscirne trionfatori non sono tempi rapidi… ma rapidissimi!
Ovviamente la storia non è finita qua. Per ora tutto quello che il proprietario ha in mano, oltre alle bollette da pagare, è solo un pezzo di carta. Un bel pezzo di carta, uno che dice che ha ragione, ma con il quale non può far altro che farci un quadro se non vengono compiute prima delle altre operazioni.
Prima di procedere oltre, è il caso si segnalare che questo percorso “classico” che sto delineando a volte, ma in percentuali non così minimali da essere tralasciate, trova delle deviazioni più o meno piacevoli. Per esempio, capita che l’inquilino, più scafato e meno menefreghista di altri si accanisca proprio, conosca i giusti mezzi per fregare il sistema ancora per un po’ e non si limiti a sfruttare il termine di grazia ma proponga, contro la richiesta di sfratto una vera e propria opposizione. Questo formalmente comporta il mutamento del rito, abbandono della strada “privilegiata” per deviare su altra “ordinaria” dove prenderà vita un procedimento vero e proprio in grado di durare molto a lungo.
Altre volte invece capita che subodorando che la pacchia è finita il conduttore moroso abbandoni l’immobile nella notte, portandosi via tutto, anche i lampadari, anche i mobili che erano stati forniti con l’appartamento, o danneggiando tutto quello che trova. Per ripicca. Tipo strappando i cavi della corrente, danneggiando muri, infissi e sanitari e sparendo nel nulla. Scene davvero poco piacevoli davanti alle quali, il professionista interrogato dal proprio cliente, è costretto persino a dimostrarsi rassicurato e soddisfatto per la rapidità di soluzione della controversia.
“Procedendo per le vie ordinarie avremmo impiegato almeno un altro anno”
“Sì, però mi ha sfondato le pareti di casa”
“Ma pensi quanto le sarebbe costata la casa sfitta e l’intera procedura esecutiva in corso”
“Sì, però mi ha sfondato le pareti di casa”
“Ma Lei non sa quanto è fortunato! Molti suoi “colleghi” avrebbero voluto altrettanto per il proprio immobile”
“Sì, però mi ha sfondato le pareti di casa”
“Non c’è bisogno che mi ringrazi! Mi farò vivo io nei prossimi giorni per il proforma di parcella”

giovedì 22 giugno 2017

Questione di sguardi

Questa mattina mi sono imbattuta in uno fra i tanti articoli che per la rete, a spasso per le varie testate più o meno giornalistiche, è possibile imbattersi anche senza fare ricerche specifiche. L’articolo è piuttosto datato ma, ad attirare la mia attenzione è stata la sua pubblicazione su una testata che, sinceramente, credevo e speravo che fosse un po’ meno schiava di certe logiche commerciali, titoli sensazionalistici acchiappa views e tutto quello che vien di seguito. Alla fine del mese abbiamo tutti bisogno dello stipendio sul conto, lo capisco e non accuso nessuno. Però lasciatemi dire anche la mia.
Il tema è quello degli sfratti, degli inquilini morosi e degli ufficiali giudiziari che giustamente fanno il loro lavoro. Perchè è un lavoro, non una vocazione personale, non un atto di libera iniziativa condotto per senso di giustizia. Ovviamente l’articolo, come molti altri, dipingeva il quadro della famiglia disperata, del padre che ha perso il lavoro dei pochi spicci rimasti in cassa per sopravvivere, una scena umana e straziante di drammatica quotidianità, purtroppo sempre meno rara. Sullo sfondo di questo momento di crisi dell’essere umano e di fallimento dello Stato c’erano l’orco cattivo padrone di casa e quel triste mietitore dell’ufficiale giudiziario che li guarda negli occhi e non prova pietà per loro. Al di sotto dell’articolo la solita sfilza di commenti caratterizzati dal populismo più esasperato: “Ricordo che spesso le case in affitto si pagano da sole dato che l'affitto stesso è spesso usato per pagare il mutuo” tuona uno, “è comune che le case date in affitto non brillino certo per comfort e altre amenità quindi consiglio ai cari investitori sfruttatori della altrui mano d'opera di darsi una calmata e ringraziare che ancora riescano ad affittarle le loro case” rincara l’altro. E via così, perchè non è che questi esempi siano casi isolati sotto un certo tipo di notizie. Un’invocata continua battaglia storica tra i grandi possidenti terrieri e i poveri, la lobby dei proprietari disposta ad essere ricca, sempre più ricca, a danno degli “altri” che vengono sfruttati con l’appoggio del Sistema disposto ad insistere perchè siano sempre più poveri.
Lasciatemi dire la mia, perchè certi titoli sensazionalistici certamente sono in grado di attirare l’umana compassione e fare leva sui grandi numeri che girano oggi intorno al meccanismo delle esecuzioni per rilascio di immobile fa apparire lo Stato come il boia che cala spietato la sua lama. Però la realtà dei fatti non è proprio ed esattamente questa ed io, che per professione e per vocazione, spesso mi ritrovo dall’altro lato della barricata, con un filo di oggettività e un nonsochè di umiltà, son qui a proporre un altro punto di vista sulla problematica. Permettetemi una prima premessa: non sono qui a negare che la realtà composta da grandi proprietari immobiliari, individui che all’attivo hanno decine immobili e per professione si occupino esclusivamente della loro gestione. Esca dalla testa del lettore che sia questa la mia intenzione. Tuttavia non sono questi soggetti che fanno quei grandi numeri di cui i giornali parlano, non sono questi soggetti che fanno notizia.
La realtà quotidiana dei fatti è formata da persone che di seconda casa ne hanno una sola, spesso ereditata, altre volte una prima casa acquistata prima di sposarsi o andare a convivere altrove. Capita addirittura che ci si debba muovere per lavoro, perchè il lavoro o l’amore o l’amore per il tuo lavoro ti possono obbligare a cambiare casa, realtà, regione o forse Stato, ma porta anche delle spese o degli oneri maggiori, come quello di dover prendere in affitto un altro appartamento dove fermarsi temporaneamente… e perchè non affittare il vecchio per arrotondare le entrate a fine mese?
E’ necessario uscire, soprattutto di questi tempi, dall’ottica della battaglia tra ricchi e poveri… perchè qui siam tutti con le pezze al cavallo dei pantaloni. Chi più, chi meno. A prescindere da quel che ne pensa Napalm 51, il canone di locazione difficilmente viene usato per pagare il mutuo. Capita decisamente più spesso che sia appena appena sufficiente perchè a fine anno si riescano a coprire tasse e spese di amministrazione perchè la tassazione delle c.d. “seconde case” è giunta a livelli completamente slegati dalla realtà. Se poi, per qualche sciagurata ragione il condominio fosse costretto a compiere degli interventi di manutenzione, al tetto, alla facciata, alla caldaia, lavori necessari e urgenti o semplicemente di ristrutturazione che siano, ecco che essere proprietari di un immobile si trasforma automaticamente in una perdita. Ma una di quelle che ti portano a chiedere dei finanziamenti.
Perchè non venderlo allora? Avete dato un’occhiata al mercato immobiliare di questi tempi?
Si aggiunga una seconda premessa: io non sono qua a negare che dei casi di reale e concreta disperazione esistano. Purtroppo lo stato economico delle cose ha fatto crollare ogni certezza, il lavoro che pareva stabile può capitare che non si riveli tale improvvisamente, le società falliscono, i dipendenti vengono licenziati, l’occupazione può venire a mancare per una serie di ulteriori sciagurate evenienze che neanche è il caso di stare qua ad elencare, perchè mai potrebbe essere un elenco esaustivo. Possono capitare malattie, disastri naturali, eventi catastrofici… perchè purtroppo in Italia siamo abituati anche a questo.
Facciamo un respiro a pieni polmoni e riscopriamoci più ottimisti che mai: tutti i “brutti” numeri non appartengono a casi umani. Oltre ai casi che “fanno notizia”, alle situazioni disperate che vengono raccontate, c’è tutto un sottobosco di soggetti particolarmente fantasiosi.
Partiamo da un altro presupposto ancora: la proprietà è un diritto, lo riconosce la legge e lo riconosce la costituzione e chiunque sia nato da questo lato del globo terrestre da almeno 250 anni a questa parte è in grado di riconoscerlo ed apprezzarlo. La legge - quella contro la quale tanto ci accaniamo e con la quale tanto ce la prendiamo perchè non ci protegge - non solo prevede tale diritto ma anche i mezzi e le misure per poterlo tutelare. Quell’orco cattivo del padrone di casa forse può essere riconsiderato come un po’ meno cattivo ed un po’ meno orco se ci prende in considerazione che in ognuna di queste tristi vicende che finiscono in tribunale in primo luogo ciò che è stato leso è un suo diritto e triste mietitore dell’ufficiale giudiziario non è altro che un mero esecutore di quello stato di diritto di cui tanto ci si lava la bocca.
Il diritto di proprietà non può essere concretizzato nel solo “godere e disporre di un bene” come i manuali vorrebbero insegnarci, qualunque mente semplice è in grado di comprendere che è sacrosanto diritto di ognuno di noi quello di non farci rompere le scatole da terzi: con un contratto di locazione non si fa altro che assumersi un reciproco impegno a non rompersi le scatole a vicenda. Io ti lascio casa mia, facci quello che ti pare ma pagami la somma che abbiamo pattuito. Così il conduttore ha diritto che nessuno gli venga a pestare i piedi a casa sua, purchè continui a rispettare i termini dell’accordo. E’ sacrosanto: io proprietario della gestione quotidiana di quell’immobile non voglio sapere più niente, almeno nei termini di quanto la legge mi permette di disinteressarmi.
Se l’inquilino smette di pagare il proprietario vede turbata quella tranquillità che pensava acquisita. Perchè molte volte gli sfratti per morosità finiscono davanti al Tribunale con molti mesi, a volte anni di impagati alle spalle? Perchè il proprietario non ha voglia di farsi rompere le scatole e finchè la questione non diventa grave è anche disposto ad aspettare, chiudere un occhio, sollecitare con gentilezza.
Poi però le cose diventano gravi e dal gravi al gravissime il passo è breve, perchè è tempi dei Tribunali sono lunghi, infiniti, una volta data la pratica in mano ad un legale e non c’è verso che le cose non diventino gravissime. La procedura di sfratto è già un rito “veloce”, privilegiato, a tutela della proprietà. Talmente a tutela della proprietà che tra il primo atto e l’effettiva uscita di casa del moroso passano due o tre anni.
Con questi dati alla mano, considerando un lasso di tempo di due \ tre anni, oltre all’effettiva morosità giunta al limite di infastidire il proprietario, come si può dare tutta la colpa alla crisi, allo Stato, al sistema? Si tratta di due \ tre anni in cui l’inquilino è rimasto tranquillamente in casa, una casa che non è la sua, senza pagare una sola lira, senza provare ad andare incontro alle esigenze degli altri, senza essersi impegnato un minimo. Perchè se solo si fosse presentato davanti ad un Giudice con 100 euro in tasca offrendoli al proprietario l’intera procedura si sarebbe interrotta, forse solo sospesa o in qualche modo sarebbe potuto arrivare ad un accordo. Quando si arriva all’ufficiale giudiziario che ti entra in casa buttando giù la porta di acqua sotto i ponti ne è passata fin troppa.

martedì 20 giugno 2017

The Good Wife - poi c’è Will Gardner…

Will Gardner, giovane e brillante avvocato, dalla fama e dal talento forense indiscusso, e socio titolare di uno degli studi legali più importanti di Chicago… ed è un gran figo. Ma facciamo a capirci: Will Gardner non incarna propriamente una di quelle bellezze canoniche, neppure nella sua accezione in giacca e cravatta. Però è entrato di diritto nell’elenco dei 100 scapoli d’oro dei nostri tempi, o dei soli Stati Uniti, o forse ancora del solo Illinois. Insomma, questo è un dettaglio che non ricordo benissimo, come si può capire. Però non importa ai nostri fini: certo, passare dal globo intero al solo Illinois è alquanto riduttivo, ma sono certa che l’Illinois sia abbastanza popolato da rendergli onore.
All’interno dello stesso uomo due distinte personalità: da un lato l’uomo d’affari, lo scapolo, fiero di esserlo e fiero della sua libertà, lontano dalla volontà di assumere impegni che non è certo di essere in grado di portare a termine, dall’altro lato c’è l’uomo, giunto alla soglia dei 40 anni, rimasto tutti questi anni a fissare le vite degli altri, forse giunto al punto di domandarsi se sia arrivato anche per lui il momento di essere un po’ meno instabile, ribelle, anticonformista. Solo.
Da un tipo come Will ti aspetteresti che sia lui a rovinare tutto, a perdere la testa per qualcosa a cui non è abituato o sentirsi stretto in vestiti che non gli appartengono. Solo che le aspettative spesso tradiscono, ma è tutta colpa di quella faccenda della doppia personalità di cui sopra, tutti e due fanno parte della stessa persona e per quanto siamo abituati a contare su una, anche l’altra non è male affatto. Ed è certamente per questo che finisce lui stesso per incarnare il lato più romantico e propositivo della coppia.
Lei appare certamente felice e soddisfatta dalla liberazione dal matrimonio all’interno del quale si è costretta per anni, e certamente è appagata dalla vicinanza ad un uomo che è sempre stato la sua “questione in sospeso”... però… Alicia ha sempre un però. La vita, i pesi, le responsabilità, quelli che per un’ora possono anche essere sbattuti dietro la porta a favor dei propri egoismi, ma che dopo un po’ tornano a bussare.
Alicia ha dei figli, una famiglia, un’immagine pubblica ed un finto matrimonio da dover preservare. Ed un lavoro … perchè rendere pubblica la notizia di farsela con il proprio capo non è proprio la migliore delle idee per essere credibili quando si costruisce una carriera. E’ molto controllata, pianificatrice e comunque ha delle priorità.
Per Will tutto questo non vale ed è, infatti, il primo che inciampa nei vezzeggiativi affettuosi o le propone di conoscere i suoi figli. Ma se te la chiami “amore” e lei risponde “tranquillo, può capitare”, allora le aspettative vanno lievemente a scemare.
Perchè può capitare, ma non ad Alicia che, compartimentando la sua intera esistenza è ben in grado di distinguere amore, affetti, famiglia, fino ad essere lei a concretizzare quel presentimento che le cose non potessero che andare che a peggiorare. Perchè se i due protagonisti dopo aver lottato contro i mulini a vento riescono a trovare una certa pace non sarà mai una situazione stabile. Non accadrà mai di verderli felici e spensierati a correre sui prati mentre quelli attorno a loro continuano a vivere le loro tormentate esistenze. Se i due sono nati per essere tormentati, tormentati torneranno ad essere, a discapito degli altri che, per quanto provino ad avere dei tormenti non saranno mai più importanti di quelli dei due protagonisti.
Non sono affatto certa di capire cosa frulli nella testa di Alicia in certi momenti.

domenica 18 giugno 2017

La soavissima discordia dell'amore - Stefania Bertola

Con le mie letture ho sempre dei dilemmi. Porto avanti dei serissimi problemi tanto nei confronti della letteratura italiana quanto nelle autrici donne. Seriamente, è una di quelle cose che non controllo e che non riesco a spiegarmi. Non è razionale, è un semplice dato di fatto: il problema è che questo libro casca malissimo. "La soavissima discordia dell'amore" è un opera italiana di un'autrice donna. 
E sono certa che il problema sia completamente mio, perchè Stefania Bertola è un'autrice amatissima, apprezzatissima e premiatissima a livello nazionale: le sue opere mi sono state consigliate nella speranza di affrontare questa mia discriminazione e tentare di dare un colpo di reni a questo pregiudizio che, volente o nolente, continua a tormentarmi. 
Come facilmente intuibile dal titolo si tratta di un'opera romantica, un romanzo rosa ma di quelli ben fatti, sia chiaro. Non quella roba di bassa lega in vendita a 9,90 sugli scaffali dei supermercati, anche se il prezzo di copertina (dell'edizione TEA del 2011) è di 8,60 euro, questo glielo devo riconoscere. 
Protagoniste sono quattro donne, giunte alla temibile soglia dei 30 anni, più o meno, ognuna alle prese con una vita sentimentale al limite del paranormale. Agnese è appena tornata in Italia dopo aver vissuto 5 anni in Cina per amore, poi il suo fidanzato l'ha lasciata per condurre una spassosissima vita in bigamia con due sorelle cinesi. Teresa si trova ad un passo dal matrimonio con il suo eterno fidanzato: il vero problema è che nessuno dei due è seramente interessato ad andare a fondo, convivono nello stesso appartamento portanto avanti vite sentimentali separate nel timore di deludere i propri genitori. Margherita è follemente innamorata di Matteo un violinista dongiovanni che riappare periodicamente nella sua vita per usarla, deluderla e risparire nel nulla. Infine c'è Emilia: madre di Roberto e moglie di Pietro, medico senza frontiere impegnato ormai in pianta stabile dalla parte opposta del mondo dove si è formato un'altra famiglia, pur rimanendo ostinatamente contrario a separarsi.
Amiche di lunga data, le loro vite tornano oggi ad incrociarsi in una Torino contemporanea, dietro le quinte di uno spettacolo teatrale surreale, circondate da personaggi estremi al limite del paranormale. O forse proprio per questo più realistici che mai. Non lo so: forse dopo un po' tutta questa stranezza esagera, diventa troppo. Una storia difficile da seguire per i repentini cambi di scenario e di umore dei personaggi. Assistiamo ad un periodo delle loro vite, una frazione di esistenza non in grado di appagarmi pienamente a causa di una mancanza di trama nel senso più canonico del termine. 
Ripetuto ed instancabile in bisogno di sembrare divertente, bisogno incarnato soprattutto nel personaggio di Agnese, buffa, goffa e pungente nella maggior parte delle sue reazioni e dei suoi atteggiamenti, ma tanto più presente nell'intera trama, caratterizzata da situazioni assurde e dialoghi eterni dalla chiusa brillante. 
Giudizio finale: ok, ma anche meno.

venerdì 16 giugno 2017

The Good Wife - il punto di non ritorno

Il punto di non ritorno del matrimonio tra Alicia e Peter probabilmente si è materializzato molto prima di quanto non ci abbiano voluto far credere, perchè l’aver scoperto della tresca tra Kalinda e il marito forse è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma che il marito la cornificasse come un’alce era già faccenda nota e digerita. Questa notizia probabilmente l’ha tanto più ferita per il “tradimento” ulteriore ricevuto dall’amica.
Il vero punto di non ritorno con il marito è arrivato nel momento in cui lui ha preteso di uscire dal salotto e dividere nuovamente la camera da letto. Perchè se non si divorzia è così che inevitabilmente deve andare a finire: vada per il periodo di stallo, vada per la pausa… ma a lungo termine come dovranno andare a finire le cose?
La pretesa del marito certamente ha interrotto quella che era ormai la routine quotidiana, per quanto anomala, per insinuare il seme del dubbio: è davvero questo che dovrà andare avanti finchè morte non ci separi?
Poi è arrivata la notizia dell’ulteriore tradimento a ricordarle di che pasta è fatto l’uomo che ha sposato, l’uomo che sicuramente tornerà a galla una volta che le cose dovessero tornare come un tempo, con la quotidianità e tutto il resto. Ed è qua che Alicia ha dimostrato al mondo di che pasta è fatta: l’ha sbattuto fuori, senza se e senza ma, pronta a partire per nuove avventure.
E giunse l’attimo che tutti stavamo aspettando dall’inizio della prima puntata: l’attimo in cui Will e Alicia si guardano negli occhi e realizzano di essere, per la prima volta dopo tanto tempo, sulla stessa lunghezza d’onda. Alicia finalmente è riuscita a togliersi dalle spalle il proprio fardello: non è costretta a portarsi ogni responsabilità in spalla, se vuole può fare qualcosa per essere felice. E Will non ha mai aspettato altro, è sempre stato innamorato di lei, dall’era dei tempi, nonostante tutto l’impegno profuso nell’andare avanti e non piangersi addosso.
E siamo qui, all’apice dello splendore di The Good Wife, proprio il momento che intendo ricordare con il presentimento che le cose non possano andare che a peggiorare… perchè la vita andrà inesorabilmente avanti, perchè prima o poi scoppiano tutte le bolle di sapone e perchè nella lunga serialità è un po’ questo che bisogna fare, iniziare anche a parlare d’altro, perchè di qualcosa bisognerà pur parlare o si chiudono i battenti. Nella speranza di tornare qua a smentirmi tra qualche tempo, non posso che non constatare la serenità e la pace offerta da questo momento, quando si abbandonano tutti i fardelli non necessari e ci si ferma a riflettere sul fatto che la vita sia una e non è necessario avvelenarsela tutta quanta: anzi, forse è proprio il caso di non fermarsi troppo a rifletterci su e donarsi dei momenti puramente egoistici senza ponderare troppo sulle conseguenze delle proprie azioni.
Poi c’è Will Gardner che è un gran figo (questo non so se l’ho già detto) … cara la mia Alicia, come hai fatto a reggere fino a questo momento?

mercoledì 14 giugno 2017

Chicago Fire - quinta stagione

Season Premiere - Chicago fire, quinta stagione
Chicago Fire - Crossover n. 4

Qualora sentiste la necessità di piangere via ogni lacrima del vostro corpo (e questo non vi sia bastato perchè avete un’anima nera dura a morire) ecco a voi il finale di stagione di Chicago Fire e, se lo dico io, credete pure che qui ci sono lacrimoni belli carichi e prepotenti pronti ad uscire fuori. Non sono affatto il tipo dalla lacrima facile, insomma: non ho mai visto Titanic e non so bene come reagirei in quel caso, ma non mi è mai capitato di commuovermi pesantemente al cinema o davanti ad un film, neanche davanti alla morte di Derek Shepherd, per dire, che è tipo il più grande finto - lutto che la mia vita ha retto e non ancora digerito negli ultimi anni... eppure sono già arrivata per la seconda volta in una settimana ad utilizzare la medesima espressione. C’è qualcosa che non va, ma dissipiamo ogni dubbio in merito: tra il primo e il secondo evento sono passati qualcosa come quattro mesi, i due eventi non sono legati. Sono proprio gli episodi in sè che vanno oltre il livello dell’umana tollerabilità.
Chicago Fire durante questa quinta stagione ha voluto spesso giocare con i nostri sentimenti, abbiamo visto Severide seguire il vento dell’amore come una banderuola, innamorarsi della persona a cui avrebbe dovuto donare il midollo, sacrificarsi per amore, salutarla per sempre, incontrarla nuovamente, tentare di essere felice insieme ma piangere disperatamente per la sua morte nel momento in cui questa l’ha colta inevitabilmente.
Abbiamo visto Dawson e Matt diventare genitori, lottare con tutte le loro forze perchè la loro genitorialità fosse tutelata ed accettare di veder Louie andar via senza di loro, a vivere la sua vita come è giusto che sia. Anche la scena del bimbo che si allontana da loro voltandosi a guardarli di tanto in tanto è stato un qualcosa da torcersi le budella.
Credavamo che tutto questo potesse aver alzato per benino le nostre difese immunitarie, poi però arriva il finale di stagione e Matt… oh Matt! Chi ha aperto i rubinetti?

lunedì 12 giugno 2017

The Good Wife - Intro

Esausta ma felice ed appagata arrivo dopo una maratona di The Good Wife e mi domando: perché sono arrivata tanto in ritardo con tutto, con il mondo, con la vita… ed anche con Will Gardner? Dove sono stata tutti questi anni? In realtà la serie è molto lunga, durata anni, probabilmente già conclusa da un pezzo e io sono solo alle prime due stagioni, però è un lavoro impegnativo. Perché The Good Wife è una di quelle serie “all’antica”, 24 episodi a stagione da 45 minuti l’uno: una roba impegnativa.
Alla fine della prima stagione era già favorevolmente impressionata, ma i miei dubbi sulla salute mentale di Alicia non erano di poco conto. Ho preferito aspettare un po’ prima di iniziare a scrivere, giusto per togliermi di mezzo qualche altra perplessità e, all’apice dell’entusiasmo, eccomi qua.
Premettiamo un po’ di trama. Peter Florrick è un procuratore ricco e potente: due figli, una bella moglie e una villetta indipendente in periferia. Come tutti gli uomini ricchi e potenti in breve finisce nel bel mezzo di uno scandalo di mazzette, droga e prostituzione. Finisce in galera e l’unica che gli rimane accanto è proprio la moglie, Alicia.
Gli rimane accanto… più o meno. Da questo scandalo è ovviamente la prima ad essere colpita: tradita, umiliata, ferita… ma soprattutto costretta a vendere la casa e rimettersi a lavorare per mantenere la famiglia mentre il marito è in galera, marito per il quale ha sempre rinunciato a tutto, rinunciato al lavoro, rinunciato alla carriera, per stare a casa a fare la moglie in vetrina e la madre dei suoi figli. Oggi di quella carriera ha nuovamente maledettamente bisogno: Alicia era un avvocato ma alla soglia dei 40 anni e dopo uno scandalo di tale entità non è facile trovare un’opportunità per rimettersi in carreggiata: l’offerta buona arriva dalla Lockhart&Gardner, importante studio legale di Chicago il cui socio fondatore, Will Gardner, porta in serbo un trascorso interessante insieme ad Alicia. Un trascorso che, ovviamente, 20 anni dopo, porta con sè degli strascichi.  
E’ ovvio che ci siano degli strascichi: chi altro assumerebbe in uno dei primari studi legali della città un avvocato - donna - che alla soglia dei 40 anni è sostanzialmente ancora priva di esperienza professionale? Però Alicia, ricordiamolo, è una donna sposata, pur con il marito in galera e le corna in mondovisione, perché lei, in fondo, è una donna all’antica: gli strascichi ovviamente ci metteranno moltissimo a venire a galla.
Alicia non crede nel divorzio, non crede che i mariti debbano essere cambiati così come ci si cambiano le calze: e questo seriamente mi ha lasciato dubitare moltissimo della sua salute mentale. Tra l’altro il marito, ad un certo punto, viene anche scarcerato per buona condotta e portare avanti tutti questi bei principi quando ti ritrovi quel marito a ronzarti indisturbato per casa è già più difficile. Ma nulla di impossibile. Ecco, quindi, allestirgli una cameretta in salotto, dividere amabilmente i pasti ed andare avanti così fino alla sua totale riabilitazione. Tutto normale.
Qui andrebbero certamente divisi due diversi argomenti: quello delle bravate combinate nell’esercizio delle sue funzioni e riservo ad altri lo sdegno di verder un ex procuratore di stato arrestato per le peggio nefandezze combinate con i soldi pubblici completamente riabilitato nell’arco di un annetto, tanto da ricandidarsi e riessere eletto; e quello delle bravate combinate come uomo e come marito: perché, sia chiaro, da questo punto di vista non frega niente a nessuno che le prostitute siano state pagate con soldi pubblici (anche se mi pare una bella aggravante) ma, da donna e da moglie, come puoi passare sopra al fatto che questo ti abbia tradito a ripetizione? E che di tutti questi tradimenti sia presente folta documentazione audio \ video in giro per la rete?
  Sia chiaro, andiamo a leggere nel profondo del personaggio, Alicia non ha mai detto di aver perdonato il marito, con buona abilità linguistica ha sempre glissato la domanda con abili escamotage, ma di fatto è tornata a viverci insieme, a non contemplare il divorzio e  neanche l’idea di lanciare fuori dalla finestra tutte le sue cose per vederlo strisciare il più lontano da lei.
Poi c’è Will Gardner, che è un gran figo, ma questo l’ho già detto?

sabato 10 giugno 2017

La biblioteca dei morti - Glen Cooper

Glen Cooper doveve sei stato in tutti questo anni? Come mai non ti ho conosciuto prima? Come mai non ci siamo mai incontrati?
E' esattamente con questi interrogativi che io intendo dare inizio a questo post dedicato a quello che posso ritenere la lettura rivelazione de... l'anno? Esageriamo? Il concetto di rivelazione è piuttosto preciso: non è una rivelazione una cosa buona dalla quale ti aspettavi che fosse buona. E' rivelazione ciò che è buono quando dalla stessa non eri pronto ad aspettarti niente di che. Ed ecco come è arrivato tra le mie mani la biblioteca dei morti, cercando una lettura, cercando un libro, quasi pr caso, girovagando tra mille altre letture alle quali ero sempre meno interessata. 
Quella raccontata all'interno de la biblioteca dei morti è la prima parte di una trilogia e per quanto io non sia una grande amante delle grandi saghe, arriva seriamente il punto di questa lettura in cui speri aridamente di poter continuare la sua lettura all'infinito. Per chi come me non è amante delle saghe una rassicurazione: il racconto è autoconclusivo, non anticipo giudizi sui successivi capitoli della serie che non ho ancora letto ma io non vedo l'ora di poter tornare ad avere a che fare con Will Piper e con tutti i suoi compagni d'avventura, con Mark Shackleton e con tutti i segreti dell'area 51 e con Octavus e con tutti i suoi eredi, finchè il 9 febbraio del 2027 non ci avrà raggiunto. 
Una storia paradossalmente ambienta in almeno 3 ere storiche differenti con 5 archi narrativi distinti, tutti in grado di andarsi ad intrecciare perfettamente, senza lasciare degli irrisolti, a chiara dimostrazione che poco nella storia dell'uomo è davvero lasciato al caso.

giovedì 8 giugno 2017

Stai attento che esce uno esce uno dai parcheggiati!

Ma davvero sono una di quelle persone che si arrabbiano nel vedere un automobile ferma sui parcheggi delle moto? Ma come è potuto accadere?
Insomma, da un certo punto di vista è naturale. Prima di tutto perchè io ho una moto e non una macchina. Perchè vivo nella città delle moto dove trovare un buco dove parcheggiarla è un delirio sempre e comunque... mentre per le automobili spesso e volentieri costruiscono parcheggi come se non ci fosse un domani.
E poi perchè avete mai provato a parcheggiare uno scooter in un posto auto? Se tutto va bene al ritorno la moto è ancora lì. Ed in ogni caso si viene tacciati di inciviltà, maleducazione, piaga sociale e fonte di tutti i mali del mondo.
Invece piazzare un automobile nell'equivalente di 5 o 5 posti moto va bene. Quello non è incivile, quella è una sorta di legittima difesa contro il sistema, il sistema sporco e corrotto che vuole farti infilare il tuo rombante veicolo in comodissimi silos organizzati e sorvegliati foraggiando la lobby dei distributori di tagliandini. 

martedì 6 giugno 2017

Nashville - quinta stagione

Non vi dico la gioia nel veder Nashville tornare tra di noi quando tutto sembrava perduto. Una gioia tale per cui sono rimasta, settimana dopo settimana, in frenetica attesa dell'episodio successivo: davvero davvero entusiasta nonostante le solite pecche della serie. 
Per esempio: Juliette Barnes. Rinsavita dall'era della crisi post partum e... sopravvive ad un disastro aereo. Ma davvero? Ovviamente dallo schianto è l'unica ad uscirne viva anche se perde l'uso delle gambe. Lasso di tempo in cui è stata una persona normale ed equilibrata? Circa 7 secondi per ripiombare nella depressione. Nella vita non le resta più un granchè da fare se non essere la consulente di Maggie che, superata la fase della folle emancipazione, torna a fare le vecchie cazzate di sempre: possibile che tutto quello che ha passato non le abbia dato nulla? Ma anche: perchè questa non va mai a scuola?
Rayna non vuole essere da meno ed inizia a folleggiare anche lei. Smette di voler prendere gli aerei e si dedica ad un percorso spirituale in piena regola all'esito del quale vuole fare un album che parli interamente della sua relazione con Deacon. Anni durante i quali gli ha taciuto la gravidanza, ha sposato un altro perchè più ricco e compagnia cantante compresi, immagino io. 
Poi c'è Scarlett, che senza le sue paturnie non sa vivere: sul suo volto un discreto senso di mai una gioia, sempre diversi e mai veramente sensati. Ovviamente con Gunnar è giunta al millesimo tira e molla: questa volta la ragione è un videoclip per una canzone che lei, inevitabilmente, all'inizio non vuole neanche cantare. Ma è così che funzionano i duetti... Scarleeeeettt!!! Il regista ha idee che lei si rifiuta di mettere in scena perchè deve sempre fingere di essere l'innocente puritana che non è mai stata. Mica per niente alla fine la scena viene recitata tranquillamente, anche se prima da il meglio di sè in una sfuriata che Gunnar sopporta con pacificità ammirevole. 
Quello con il regista è un momento epico: lei lo odia, lo disprezza e tutto quello che è necessario fare per portare avanti il suo ruolo inutiule da finta innocente puritana, arriva a ribadirgli più e più volte che lui è solo feccia dell'umanità e non può, con la sua feccia, inquinare il suo mondo innocente puritano, ma è ovvio che una persona realmente pudica non sbraiti certe cose in faccia alla gente. Il momento regge infatti quattro secondi netti, poi i due si baciano ed è esattamente il punto a cui avrebbe voluto arrivare dall'inizio. Confessa persino l'attrazione (ma non il bacio!!) a Gunnar, che non la prende benissimo, soprattutto alla parte "con lui non accadrà niente perchè se ne va via"... ma la cosa bella è che è lei ad offendersi ancor di più tornando a rivangare tutto il passato delle ultime quattro stagioni che credavamo fosse ormai morto e sepolto da un pezzo. 
Il culmine della stagione arriva quando, senza un vero perchè, all'interno delle storie ordinarie viene cacciato l'elemento ad cazzum dello stalker di Rayna. Uno che visto così non pare neanche un tipo particolarmente pericoloso: dico io, se Rayna è la grande star internazionale di cui ci parlano, non ha mai ricevuto in tutti questi anni qualche attenzione un po' sopra le righe da qualche fan? A quanto pare questo ci spaventa particolarmente... ed ha senso, perchè si intrufola all'interno della casa discografica di notte, minaccia Rayna con un coltello, insomma, sembra davvero un cattivone... ma il suo posto è in psichiatria ed è lì che lo riportano quando finalmente si rende conto che Rayna canta da 20 anni le stesse canzoni demmerda per giunta. Perchè almeno fossero belle avremmo anche potuto condividere l'ammirazione. Rayna è scossa dalla situazione, ma è felice di averla scampata bella. Esce dalla casa discografica, prende un taxi per non guidare... ma la sua vettura viene presa in pieno da un camion e muore. 
What!? Che razza di colpi di scena sarebbero mai questi? Davvero? Così? Senza il minimo preavviso? Nota positiva: il fattore "morte" è ben stato rappresentato nello show, nulla di mezzo episodio di dolore e andiamo avanti, la sua mancanza si sente parecchio e tutte le persone coinvolte ne escono particolarmente sconvolte e ferite. Nota positiva: proprio perchè la morte è affrontata in maniera così realista preparatevi a piangere tutte le lacrime che avete in corpo. Perchè è esattamente così che andranno le cose, soprattutto dopo aver visto gli occhioni di Deacon Claybourne. La vostra vita dopo di questo non avrà più senso.

sabato 3 giugno 2017

E tu metti un bel vestito, quello giusto

Possiamo dirlo che le buone maniere hanno un po' rotto le palle?
Io, per esempio, per colpa delle buone maniere non ho potuto fare una cosa che mi avrebbe fatto piacere fare per questo motivo ripiegando su qualcos'altro che avrei potuto tranquillamente risparmiarmi. E tutto per colpa delle buone maniere. Vi sembra normale? Ancora poco chiaro?
Andiamo al sodo. 
Forse qualcuno oggi non riuscirà a crederci ma è esistita un'era in cui le città non erano invase di negozi di vestiti cinesi. Epoche in cui certamente le cose costavano un po' di più ed avevano una qualità migliore. Ma vediamo di non demonizzare la globalizzazione: io adoro la globalizzazione! Di cosa stiamo parlando? Insomma, era un'epoca, e non parlo di moltissimi anni fa, in cui non c'erano tutte le grandi catene che ci sono oggi ad ogni angolo della città e dove, i primi cinesi che sono apparsi sembravano un vero miracolo calato dal cielo. Non era ancora esattamente chiaro tutto quel concetto di costa poco-vale poco. Figuriamoci poi se pensavamo a come quelle cose avevano visto la luce. Era tutto un dono di Dio: erano diverse, colorate, andavano anche a ricalcare stili con cui non avevamo familiarità, se non perché visti nei film. Un esempio palese erano i jeans: una miriade di modelli, formati differenti, con colori, cuciture e decorazioni che non era facile trovare in giro, neanche nelle grandi marche. Insomma: Lewi's in fin dei conti ha sempre avuto un po' più di stile ed eleganza, forse jeans decorati a suon di fuori cuciti fatti di pizzo e pailettes non li aveva. Ma poi di che prezzi stiamo parlando? Dai cinesi con 10 euro ti portavi a casa un paio di pantaloni e, non nego, di essermi fatta un po' prendere la mano per un certo periodo. Dai cinesi era anche molto facile trovare "certe" taglie, molto prima che le taglie comode diventassero una moda.
Anni fa pesavo molto più di adesso, ero molto più rotonda un po' ovunque: ero adolescente come molte altre, ma ricordo quanto fosse difficile per me andare in centro e trovare un paio di pantaloni che mi potesse stare bene. Oggi siamo tutti molto più politicamente corretti, H&M vende taglie a casaccio per lusingare anche i meno in forma, OVS ed UPIM hanno reparti dedicati alle taglie forti, non male la selezione taglie anche da Stradivarius o Bershka, anche se, sinceramente, ormai sono troppo vecchia per comprare da questi due. Io però ricordo quanto 15 anni fa Pimkie non avesse nulla che mi potesse cader bene. 
In sostanza: i cinesi mi volevano bene, i cinesi pensavano a me... e io pensavo moltissimo a loro, devolendogli una buona percentuale della mia paghetta. 
Gli anni son passati, io ho iniziato a buttar giù peso ed il mondo ha iniziato ad avere una coscienza critica nei confronti di questi vestiti prodotti un tanto al chilo. Ciononostante io, forse un po' per scaramanzia, non ho mai voluto buttar via tutti i vestiti accantonati: sia lodato il signore anche per il momento storico in cui il mio personale buon gusto ha iniziato a farmi comprendere che sarei stata decisamente meglio con un paio di pantaloni della mia taglia e che il look sacco della spazzatura - ovvia conseguenza del "basta solo metterci una cinturina" - non mi avrebbe valorizzato abbastanza. 
Oggi di anni e di chili ne sono passati abbastanza e, non potendo vivere come gli accumulatori compulsivi, ho deciso di riaprire gli scatoloni, immergermi nei ricordi... e liberarmi di tutto. Poi però uno ci ripensa, perchè in fondo sono ancora cose di buona qualità, usate poco: ehi, 15 anni fa i cinesi vendevano cose di qualità decisamente superiore a quella che vendono oggi! Colpo di scena. Insomma, sono cose buone: possono ancora servire a qualcuno? 
E' ovvio che non era mio intento buttare tutto nell'umido e disfarmi del bottino in un solo colpo. La città è piena di cesti della caritas ed eventualmente molti negozi (vedi H&M) promuovono periodicamente campagne di riciclo dei vecchi vestiti in cambio di buoni sconti. Sinceramente di buoni sconti non so che farmene, perchè poi "mi tocca" comprare altre cose, spendere altri soldi e chiudere quel cerchio maledetto del "non possiamo vivere come accumulatori compulsivi". Quindi penso alla caritas, ma penso anche a persone a me vicine a cui poter regalare quei vestiti. Me ne vengono in mente un paio, ma soprattutto una, alla quale il mio dono sarebbe potuto essere utile come sostegno economico. Però cosa cavolo le vado a dire?
"Ciao, ho dei vecchi vestiti che non uso più, li vuoi?"
rischierebbe di essere letto come "ciao, ho questi vestiti che non ti darei mai, ma visto che non li uso più li vuoi?". Non va bene.
"Ciao, ho dei vestiti che mi vanno larghi, li vuoi?" 
un po' come dire "ciao, io sono dimagrita, ma visto che te sei ancora molto grassa indossa questo schifo". Non va bene.
Insomma, questi sono crucci che ci prendono perchè stiamo tutti troppo attenti alle buone maniere, dobbiamo formulare domande corrette, non dobbiamo offendere il nostro prossimo e vivere civilmente. Che palle. Sarebbe bello poter dire: "tieni, pigliati questa roba e fanne quello che vuoi!", invece no, perchè anche dare per fatto noto che una persona non abbia molta disponibilità economica corre il rischio di offendere qualcuno. Ma se tra di noi è fatto noto perchè ci devo andare con le pinze? E perchè devo dire che "non ha molta disponibilità economica" quando posso dire che è povera.
Vabbè, alla fine per non offendere nessuno ho messo tutto nei cestini della caritas, che è comunque un modo di aiutare qualcuno in difficoltà se / quando / nel caso in cui i miei vestiti dovessero veramente giungere a destinazione. Cosa nella quale confido vista l'attenzione la cura maniacale che metto nel confezionare i pacchettini che lascio cadere dentro al cesto. Però sarei stata più serena a darli direttamente nelle mani di qualcuno: avrei avuto un netto riscontro del buon fine della mia operazione. Alla persona, ovviamente, farò un regalo un po' più grande alla prima occasione comandata... in modo che sembri del tutto casuale e non si offenda nessuno. Però che palle. 
Quanta finezza in una sola persona.

martedì 30 maggio 2017

Grey's Anatomy - tredicesima stagione

Grey's Anatomy - Mid Season Finale
Season Premiere - Grey's Anatomy, tredicesima stagione
Grey's Anatomy - tredicesima stagione
Maccheppalle! Ecco, l'ho detto. Questo è esattamente il riassunto della stagione, che io ho continuato a seguire comunque con trapitazione, non perdendomi un episodio, non tardando a vedere un episodio, ma della quale continuo a sentire un po' d'amaro in bocca. In tutti questi anni ho continuato a seguire Grey's Anatomy nonostante i suoi alti e i suoi bassi, si può dire di tutto di questa serie, mai però mi sono sentita di dire in tutti questi anni che sia stata una stagione noiosa, sciapa, senza personaggi di spicco o storyline che avessero un senso. 
Tutta la faccenda della Minnick ha stufato fin da subito, una vicenda assolutamente priva di spunti interessanti, neanche nel momento in cui hanno smesso di buttarla sulla lotta di potere all'interno dell'ospedale e hanno deviato sul romantico. Anche tutta la tresca con Arizona noiosa ed insipida. 
Leah Murphy: apparsa per qualcosa come 3 episodi e risparita nell'abisso? Cosa mi rappresenta tutto questo?
Alex Karev: un torrone mai più finito in attesa del processo, poi questo arriva e lui che fa? Decide di patteggiare per salvare Jo da chissà che cosa. Tutti restiamo in apprensione per scoprire cosa ne è di lui e... boh! Questo era nel suo letto che dormiva. Non è successo niente. Il processo non è proseguito ma il patteggiamento non si è perfezionato. Niente di niente: scoppia tutto come una bolla di sapone, a quanto pare è bastato che De Luca ritirasse la querela per smontare tutto e, dalla mattina dopo, si torna a lavorare come se non fosse successo niente. Almeno fino al gran finale di stagione dove ci vogliono persino far credere che Alex abbia attraversato il paese per raggiungere il marito di Jo e conciarlo per le feste... quando in realtà gli stringe la mano e se ne va. Anche perchè avrei seriamente voluto vedere come ne sarebbe uscito da questo casino per la seconda volta. Ma poi, scusate: ma tutta questa smania per spaccare la faccia alla gente?
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Amelia si chiude in casa di Stephanie per nascondersi da dai suoi problemi: in tutto questo non si capisce come Hunt non chieda il divorzio e si dedichi alla vita monastica dopo aver realizzato di aver sposato per la seconda volta di seguito una persona instabile. Poi lei finalmente esce, torna a lavorare come se non avessero aspettato altro che il suo ritorno ed è arrabbiata con Hunt. Offesa come non mai... ma questa è la solita storia della Minor Shepherd, eterna vittima della società, perchè Addison non l'ha tenuta dalle sue parti. Niente, comunque, paragonate alle vicenda di Maggie, sulla sui utilità storia ancora si sta indagando. Tutta la stagione si è basata sul suo amore platonico, adolescenziale e sconfinato per Nathan, uno che se non glielo si diceva neanche se ne era reso conto. Perchè Nathan, detto così, non mi sembra uno molto sveglio, ma questo forse è solo un impietoso confronto con Derek.Meredith prende tutta la sua vita e la abbandona dietro agli svarioni di Maggie che, nel frattempo, dobbiamo anche far soffrire dietro alla vicenda di sua madre, una che compare una volta con una anomala macchia sul petto e muore, a circa dieci episodi di distanza, dieci episodi durante i quali ci eravamo persino dimenticati di lei perchè ormai era tornata a casa e di lei non sentivamo neanche più parlare, facendoci piangere tutte le lacrime che avevamo in corpo. Esattamente il senso di dover buttare un episodio del genere in mezzo al mucchio? Non si era ancora pianto abbastanza durante la stagione?
Quindi, un bel giorno, di punto in bianco, vede Meredith e Nathan parlare tra di loro e capisce tutto. Ma tutto tutto tutto. Fino ad un secondo prima le sfuggiva il senso dell'acqua bagnata e dell'uovo di Colombo e da uno scambio di sguardi coglie persino la dimostrazione matematica del teorema di pitagora. E si offende, perchè tutta quella sporca faccenda di ipotenuse non ha mai convinto troppo neanche lei. Quindi anche lei si offende e si chiude nella sua stanza. Il problema è che nel momento in cui ne esce è invischiata in una sorta di triangolo scemo con Jackson. What?
Il più bello, comunque, ha modo di arrivare sul finale. 
Anzi, parliamo prima un attimo di questo finale: deludentissimo pure lui. Insipido come noi mai e... non muore nessuno! O meglio, non è che sia triste del fatto che per una volta Shonda abbia voluto risparmiare un po' di cast... però è il minimo che ti aspetti da un incendio che fa saltare mezzo ospedale, incendio scoppiato sul più bello di una caccia al maniaco / pedofilo / forse serial killer? che vuol fare di Stephanie, e di un altro paio ritrovate sul suo percorso, carne da macello. 
Vista l'impossibilità di far morire qualcun'altro cosa combina Shonda? Fa morire qualcuno già morto. Da un lato qualcuno morto metaforicamente: Teddy, cardiologa bionda sparita da un pezzo perchè innamorata di Hunt o per qualche altra ragione folle che non ricordo, dall'altro lato qualcuno che in realtà davamo per morto da un pezzo: la sorella di Hunt. 
La sorella di Hunt è uno di quei rari casi di fantasmi nell'armadio che solo i personaggi dei film hanno. Ma solo quelli scritti male, sia chiaro. Dopo 10 anni dalla conoscenza di Hunt, dopo aver affrontato con lui tutti i suoi problemi di sonno, di traumi post guerra e tutto quello che si era portato con sè all'inizio dei tempi, quando ancora praticava tracheotomie con una bic, all'improvviso se ne esce fuori la sorella morta, alla quale non aveva mai smesso un attimo di pensare, ma di cui nessuno aveva mai sentito parlare. Neanche per sbaglio, neanche alle riunioni di famiglia dove poteva esser uscita fuori una fotografia da un cassetto. La ragione di tale fantasma era chiara: introdurre Nathan che doveva essere odiato per una ragione seria. Un po' come all'arrivo di Mark Sloane: mica poteva arrivare bello come il sole e amato nel vicinato. Doveva perforza crearci dei dubbi morali. 
E quindi così. Appena superati i traumi infantili di Maggie e tutti gli altri astri che si sono posti tra Meredith e Nathan ecco che rispunta il vecchio primo grande amore estinto. Ma lei pare prenderla bene, eh?!