venerdì 26 maggio 2017

Funny Girl - Nick Hornby

Ho letto Funny Girl, ma sono rimasta un attimo interdetta davanti all'idea di doverne parlare. E' noto che Nick Hornby sia per me il the best of the best anche se non tutte le ciambelle gli sono esattamente riuscite con il buco. Il vero problema di Funny Girl è che è... diverso. Ho trovato molta difficoltà a ritrovarci dentro il Nick Hornby che conosco, pur dovendo riconoscere che in effetti sia proprio il suo genere di storia. 
Primo punto: la protagonista è una donna e mai, nella storia dei romanzi di Nick Horby la protagonista principale è stata una donna. Certo! In "Non buttiamoci giù" due delle protagoniste erano donne, ma lì si trattava di un quadro corale, sarebbe stato strano il contrario, se non ci fossero state donne. Qua si parla di un unico personaggio che regge, con la sua storia, la sua personalità, il suo trascorso e le sue aspirazioni un intero romanzo che, tra l'altro, è una bella bestia. 
Nella maggior parte dei personaggi maschili dei romanzi di Nick Hornby è sempre stato possibile trovare una qualche chiave autobiografica dell'autore, chiave che a questo giro proprio non si è fatta scovare. 
Secondo punto: la storia è ambientata nei ruggenti anni 70, anni 70 che tendono a farsi sentire decisamente, negli usi, nei costumi ed in altri cenni storici che qua e là vengono lanciati. Il problema, anche qua, sta nel fatto che a me questi anni 70 non dicono un granché.Son certa che per qualcuno che in quegli anni è cresciuto o quantomeno ha vissuto un pochino non potrà che amare questa lettura solo che per questi spunti, il grande potere della nostalgia canaglia. Lo capisco perché se si trattasse di una lettura ambientata negli anni 90, con i riferimenti musicali con i quali sono cresciuta, in grado di permettermi di immergermi nuovamente nel clima di quell'epoca, mi affascinerebbe dall'inizio alla fine. 
Terzo punto: il finale. Odio dover giudicare il libro dal finale... ma, cavolo! Il finale è davvero una cosa importante. Come può essere sempre così maltrattato dagli autori? In questo caso non si tratta di un finale bello o brutto, questo va un po' alla sensibilità personale, da un certo punto di vista è scontato... dall'altro è proprio quello che non ti aspetti. Perché era ovvio che si arrivasse fin lì all'incirca da pagina 2, ma oltre a quel finale c'è un di più che è... di più. Forse non serviva. Forse era meglio chiuderla prima e lasciar perdere. Insomma, caro Nick. Non è che te mi abbia convinto con questa funny Barbara, eh?

mercoledì 24 maggio 2017

Ma se perdi tempo poi ti scappa il tempo

Quando tutto questo è incominciato non sarebbe dovuto essere niente di quello che è stato.
Ottima massima di vita: andiamo avanti.
La prima settimana di silenzio è stata solo una ricerca spasmodica di sonno. Ogni parola non scritta era un secondo in più di sonno: oro colato. Ogni paragrafo un sonnellino, ogni mezza paginata una sonora ronfata. Perdonatemi il francesismo.
La seconda settimana è stata figlia della precedente.
Poi si è persa l’ispirazione.
Poi si è andati a cercare qualcosa di decente di cui parlare.
Poi si è avuta occasione di parlare fin troppo altrove, tanto da finire la voce.
Poi si sono tralasciate un paio di idee mediocri che non avrebbero colmato il vuoto che ormai si era formato alle spalle.
Quindi è nata l’idea del “ritorno”, come se fino a quel momento non si fosse veramente andati via, poi all’improvviso, teletrasportati su un’isola deserta.
La vita a volte incalza, prende il sopravvento, qualcosa che potrebbe essere fatta oggi finisce procrastinata a domani se l’istinto non la pesa come abbastanza importante. Però le cose importanti non possono essere sempre e solo quelle che ci vengono imposte.
La verità è che non dovremmo mai lasciare indietro le cose, a meno che non ci piacciono più. Anche quello che non sembra importante è comunque utile. O quello che non sembra utile comunque è importante. Altra massima di vita.
Aver lasciato da parte le cose per me comunque utili, comunque importanti ora mi da fastidio. Perchè ho lasciato un vuoto, che è un po’ come se fosse nella mia vita, non solo su una pagina insulsa e senza valore.
Quindi è così, non cerco il colpo di teatro o il grande show. Semplicemente spezzo il ghiaccio, mi riapproprio di quello che è mio. E così sia.

martedì 23 maggio 2017

Fammi fermare il tempo

Dicono che chi non muore si rivede.
Però capita che, se anche non è morto veramente non lo si veda più.
Così come è possibile che torni indietro, si palesi un’altra volta con quel filo di ansia da prestazione.
Se ritorno deve essere che sia fatto per bene, niente mediocrità, niente cose raffazzonate.
Quindi l’ansia da prestazione aumenta ed il ritorno si allontana.

mercoledì 15 marzo 2017

Fuori da un evidente destino - Giorgio Faletti

Partiamo da questo presupposto: Giorgio Faletti ci sapeva fare. Di brutto. Con questo fuori da un evidente destino ci conduce  a mille chilometri di distanza dalla nostra confort zone: siamo in Arizona, terra di Navajo, altri usi e costumi e tradizioni che fanno a scontrarsi, inevitabilmente, con l'america più occidentalizzata a noi più familiare trattando la materia con talmente tanta padrnanza da non farci dubitare per un solo istante delle sue parole. 
Non è immediato affezionarsi ai personaggi, soprattutto perchè sono tanti, perchè ognuno ha una sua personalità netta e dei tratti distintivi ai quali è necessario fare ben attenzione man mano che li si incontra, insomma: non possiamo lasciar fare all'istinto. Eppure, inevitabilmente, si riesce ad entrare nella testa di tutti, li si comprende e ci si immerge nell'avventura in maniera tanto profonda ed inaspettata da farti interrogare seriamente su quale possa essere la soluzione del mistero. 
Qualche giorni fa stavo parlando con qualcuno circa l'importanza che per me ha il finale di un libro. Pesa moltissimo, il caso one day è ancora piuttosto attuale nella mia mente. Il finale certamente non detta se personaggi sono pen fatti, se libro è noioso o scorrevole, se scritto bene o se la prosa cespica a tratti. Però il finale è ciò che segna la storia, ciò che la determina e ciò che mi fa decidere se un libro è da consigliare o no. Ecco: io con il finale di questo libro ho un serio problema: non lo condivido affatto. Il mio interlocutore insisteva fortemente sul fatto che se un libro è bello è bello e basta, lo sai già a metà romanzo: tutto il resto è gusto personale. Sì... ma no. Perchè fino a tre pagine dalla fine del romanzo ero seriamente convinta di approvare in pieno la lettura, però no. 
Ho come la sensazione che il finale che si è trovato a questa storia in realtà non sia in grado di concludere un bel niente, svela certamente quale fosse il mistero dietro alla morte misteriosa di alcuni del personaggi che abbiamo incontrato nel corso della nostra lettura ma... seriamente? Questa è la soluzione? 
Tra l'altro non la vedo particolarmente coerente con il resto della vicenda e come si era svolta sino a quel momento. Jim aveva seriamente rivalutato tutte le scelte fatte nel passato, le aveva rielaborate, era andato avanti, aveva chiesto scusa a chi doveva chiedere scusa e aveva perdonato chi aveva da perdonare. Quello era il grado di maturazione giusta perchè fosse pronto a fare il passo successivo, un avvicinamento ad April e, soprattutto, a Saymour c'era già stato. Cosa diavolo dovrebbe portare un uomo a tirarsi giù da una rupe per salvare la vita ai suoi cari? O meglio: in linea teorica questo sì, sarebbe quasi comprensibile volersi sacrificare per il bene di chi si ama, ma qua abbiamo a che fare con delle forze ultraterrene, nulla in grado di seguire delle regole logiche. Se quest'ombra porta avanti il proprio diabolico progetto di vendetta e vaga oltre ogni legge fisica e terrena da generazioni solo giungere al suo compimento, dovrebbe essere la morte di Jim a fermarla? Secondo quale principio? Tanto più se quest'ombra è già stata trasmessa una volta da suo nonno a lui, perchè non dovrebbe trasmettersi a suo figlio e continuare ad uccidere a destra e a manca?
Caro mio lettore, una cosa a questo punto della lettura te la devo dire: non essere scandalizzato dall'evenienza che queste mie parole possano averti svelato il finale. Ciò è potuto accadere solo se non hai ancora letto il libro ed è buona cosa sapere che l'ho fatto solo per darti modo di fuggire il più lontano possibile da esso.

domenica 12 marzo 2017

Giro coi fusilli crudi e ti chiedo se vuoi una pasta

Potrà sembrar balzano, ma la volta che mi sono fermata a parlare con più profondità e maggiore intensità di fede, di spirito e di anima, è stato davanti ad un toast ed un cappuccino ad un tavolo di un bar. Tra l’altro, si dica che quel bar faceva dei cappuccini che erano la fine del mondo e, a me e a Paola, l’amica con cui ho portato avanti la conversazione, piaceva moltissimo pranzare con toast e cappuccino. Chi osa dire che è una porcata venga bandito seduta stante. Paola, che ovviamente non si chiama così ma facciamo finta di preservare la sua privacy solo per un istante, nella vita aveva subito un grave lutto: quando era poco più che una bambina suo padre era morto all’improvviso. Uno di quei momenti della vita che ti dovrebbero far ricredere seriamente sul senso che tutto questo possa avere: un uomo giovane, in salute, padre di tre bimbi che un minuto c’è, quello dopo non più. Da bambina, sino a quel momento, non si era mai interrogata più di tanto sul mondo e sull’aldilà, su Gesù Cristi, inferi e paradisi. Insomma, come tutti i bambini, frequentava il catechismo come un’attività come altre nel doposcuola ma niente di più.
Nel mio caso è diverso, io non ho mai neanche frequentato il catechismo “obbligatorio”. A sei anni avevo già le idee chiare, dopo scuola volevo andare in piscina … e ci provarono anche ad iscrivermi. Una cosa non avrebbe dovuto escludere l’altra, eppure. La mia famiglia non è particolarmente religiosa, anzi, proprio per niente, era forse convinzione di mia madre che fare ciò che facevano tutti gli altri bimbi della mia età mi avrebbe fatto bene, per socializzare un po’. Io, non mi ricordo perchè, avevo una paura nera del catechismo. La cosa non ha senso, perchè non proveniendo da una famiglia credente i miei contatti con quel mondo sono sempre stati pochissimi, forse mi incupivano le suore vestite dalla testa ai piedi? Forse avevo sentito qualche racconto che mi lasciava un filo prevenuta?
Ricordo anche la volta in cui, trovandomi in campagna, mia madre chiese ad un’amichetta del paese se potevo andare con lei una volta per vedere di cosa si trattava e se mi sarebbe piaciuto. Quando l’amichetta venne a suonare alla porta scoppiai a piangere isterica e non ci fu verso di portarmi in chiesa, anche se si trattava di una chiesetta di campagna, ben lontana dai colossi di cemento armato di città. Questo giusto per riassumere la mia posizione di partenza.
Paola, quel giorno davanti a quel toast e a quel cappuccino, mi fece un discorso che per me, nonostante tutto, ha ancora un senso. La morte del padre fu per lei e per i suoi fratelli uno shock di proporzioni non ben quantificabili. I suoi fratelli erano un po’ più grandi di lei, capirono forse meglio la situazione e reagirono decisamente male. Anche nel suo caso non fu una passeggiata ma, pur tormentandosi per la mancanza nella sua vita che questo lutto le procurava, trovò conforto, almeno un po’, nell’idea che suo padre fosse in un posto migliore. Non l’ho mai conosciuta come una persona osservante, praticante o particolarmente ligia ai dettami cattolici, però era finita a credere in un dio, che doveva per forza esistere, altrimenti sarebbe stata tutta solo e soltanto una sofferenza gratuita.
La mia vita da un certo punto di vista è divisa tra pre e post il primo grande lutto che ho vissuto. E’ stato il punto focale che mi ha fatto uscire dalla mia ingenuità fanciullesca e mi ha condotto davanti alla realtà dei fatti. Si tratta di una ferita ancora aperta che mi ha segnato nel profondo e che ogni tanto sanguina ancora, nonostante siano passati moltissimi anni ormai. Fatico quasi a ricordare se la conversazione al tavolo del bar si sia svolta prima o dopo questo evento, però ogni tanto torno a rimuginarci su. Perchè probabilmente il vero ed unico motivo per cui certi dolori mi tornino periodicamente tanto attuali e tanto acuti è che io non sono mai riuscita a compiere il suo percorso di “beatitudine”, se mi concedete il termine. Non c’è verso, non c’è modo. La mia razionalità mi impedisce di prendere per vero o di poter solo credere in qualcosa superiore alla nostra becera vita terrena. Se io parlo di mancanza di prove, c’è chi mi risponde che certe cose non bisogna saperle ma crederle ed avere fede in tutto ciò. Perdonatemi, ma tutto questo non sta nè in cielo nè in terra. Appunto. Cambio modo di dire. Tutto questo non ha senso, non è dalla mia mente concepibile.
Sempre partendo dalla conversazione rivelatrice, tante volte mi sono convinta che, se tanto tanto fossi in grado di avere un po’ di speranza, fede?, nell’umanità forse mi rasserenerei un pochino, forse devo solo trovare la cosa giusta in cui credere, perchè mica posso credere in qualcosa in cui non credo. Allo stato attuale della mia ricerca sono quasi convinta del fatto che l’ideologia più affine alla mia persona si aggiri in zona pastafariana, magari non la sua frangia più estremista, quella dei matrimoni con lo scolapasta in testa, però in quell’area di pertinenza. Alcuni dogmi andrebbero quasi tatuati sulla pelle, quale ad esempio, “Io preferirei davvero che tu evitassi di sfidare, a stomaco vuoto, le idee odiose, bigotte e misogine degli altri. Mangia, e solo dopo prenditela con gli stronzi”.

giovedì 2 marzo 2017

Equality Lyrics

Siamo tutti bravi a parlare di lotta alla discriminazione, siamo tutti bravi a lavarci la bocca con paroloni come razzismo, deumanizzazione, oggettivazione, parità o “equality” secondo le nuove tendenze. Chiunque voglia fare il figo almeno una volta ha posto il proprio nome o il proprio volto a tutela di qualche minoranza, anche il peggiore dei leghisti si difende con “io non sono razzista ma...”. Ma un corno. Io oggi mi voglio esprimere in maniera impopolare, io non sono affatto per la parità dei diritti: non voglio che tutti abbiano i miei stessi diritti. Non si tratta di una presa di posizione basata su sesso, religione, cultura, lingua parlata o colore della pelle: io pretendo che venga tolto il mio stesso diritto di voto ai commentatori seriali dei quotidiani on line. Oppure facciamo che il mio voto valga un po’ di più dei loro, potrei arrivare ad un compromesso. E non si tratta di determinati argomenti, che attirano i furbetti, o particolari categorie sensibili di utenti: fateci attenzione, è un fenomeno trasversale. Non c’è argomento, non c’è tematica che non porti a commenti cretini, di gente che vuole solo alimentare polemiche, o sentirsi più figo degli altri rivelando grandi verità di cui lui solo è in possesso. Ovviamente.
L’altro giorno per esempio mi trovavo a leggere la notizia relativa alla condanna penale di un volto noto sul territorio locale in cui vivo. Soliti fatti noti di signorotti che hanno rubato finchè hanno potuto e che, una volta che sono stati beccati, provano anche a fare le vittime della società. La notizia parlava di una condanna a diversi anni di reclusione. Spunta il primo furbone, qualcuno del tipo “indignato67” (un nome che è tutto un programma) che lamenta come “in questo mondo” se va bene questo farabutto non si farà neanche un giorno di galera perchè è tutto corrotto, perchè il galera ci vanno solo i poveracci, perchè è tutto un complotto sostanzialmente. Gli risponde una signora, dal nick leggermente meno misterioso, ma che premette di ritenersi anch’ella indigata54, cifre a casaccio, certa che il farabutto farà valere a brevissimo la sua non giovane età per essere, quantomeno, messo a casa perchè è tutto corrotto, perchè il galera ci vanno solo i poveracci, perchè è tutto un complotto sostanzialmente. Peccato che la notizia riportasse già chiaramente della disposizione della misura della libertà vigilata: è già chiaro al mondo che il farabutto non si farà un solo giorno di galera, forse veramente perchè è tutto corrotto e perchè il galera ci vanno solo i poveracci, ma di certo non perchè è tutto un complotto, che se ne deve stare in salotto lo prevede la legge e lo ha ordinato un Giudice. Tutti indignati ma non c’è uno che sappia leggere.
Sapete, io, per un solo istante ho anche pensato di volerglielo far notare. Ho scritto il messaggio, ma il sito richiedeva la registrazione, tento di registrarmi ma, o posseggo un account facebook e mi iscrivo con quello, oppure inserisco tutti i miei dati sino al sesto grado di parentela. Scelgo la seconda opzione, anche se le richieste sempre più esose di informazioni a metà della compilazione hanno incominciato a darmi sui nervi. Concludo la paginata e salvo: provo a commentare nuovamente ma mi viene negata un’altra volta la possibilità. Devo prima aspettare la mail di conferma, cliccare sull’apposito link, attendere di attivare il mio account e a quel punto poter commentare. Tutto questa catena di eventi tuttavia si interrompe prima del tempo: la mail arriva, il link lo clicco, l’account non si attiva. Bisogna rifare login, ma accesso è negato perchè l’account non è attivo. Cinque minuti della mia vita buttati nel gabinetto all’esito dei quali da un lato ho modo di ripensare al fatto che posso anche farmi una cofanata di affari miei e lasciare i due indignati ai loro complotti, dall’altro capisco persino che tutta sta gente che commenta serialmente in rete deve è pure ben selezionata dal sistema, perchè con quel che ci vuole solo che ad attivare account molti devono per forza essere fermati alla fonte.
Giusto per dimostrare che l’ighiozzia si trova ovunque, oggi stavo leggendo una notizia di Formula 1. Andiamoci così: sotto le notizie di sport si annida la peggio feccia della società, l’ignoranza arriva ad esprimersi alla massima potenza ed a me, in fondo, piace vincere facile. Prima giornata di test a Barcellona prima dell’inizio del campionato. Lo sanno anche i polli che dalle giornate di test non ha senso trarre informazioni, tanto più dalla prima mezza giornata dove di certo non si testa la velocità quanto se la vettura resta in pista senza sbullonare. Per la cronaca la vettura di Alonso ha sbullonato ed anche quella di Ricciardo non è messa bene. Bottas gli ha tirato per 35 giri, ottenendo pure il miglior tempo della mattinata, subito dietro la Ferrari con Vettel. Occhio che parte il complotto. Spunta il primo meraviglioso che festeggia per le prestazioni della Ferrari. Spunta il secondo che lo redarguisce ma conclude comunque con un “i primi tempi non sono importantissimi ma essere davanti è meglio che essere dietro”. Un vero intenditore. Ribatte lo specialista: “cosa positiva per aumentare la direzionalità su piste con curve ad angoli secchi e con un raggio corto”. Che cosa ha detto lo sa solo lui.
Chiude il dibattito il complottista dell’anno: “Peggio dell'anno scorso non può andare”.

lunedì 27 febbraio 2017

Uomini con piedi con patate

Dev'essere davvero difficile essere uomini al giorno d'oggi. Dev'essere davvero difficile essere uomini in un mondo che ti impone di sottostare ad un determinato stereotipo. Giusto per non passare da sfigato, da "sbagliato". Uomini, ve lo dico con il cuore: ribellatevi.  O passerete per dei cretini. Meglio cretini che sfigati?
Dev'essere difficile essere uomini in un mondo in cui pare figo dover sgasare, per farsi bello agli occhi di lei, superando uno scooter in mezzo alla strada. Perché, amico mio, ti piace vincere facile? Te, in automobile, per davvero ti vanti di essere riuscito a superare uno scooter di bassa lega? Non dico un grande scooter, di quelli potenti. Uno di quelli di città, di quelli bassi bassi per essere tranquillamente guidati da una donna alta due mele o poco più. E quel colpo di clacson tirato fuori all'apice della manovra, caro, mio, torno a ripetertelo, te lo puoi infilare dove dico io. Tanto più che avevo ragione io. 
Parta la premessa, perché non è che siam qui a far ballar la scimmia. Prima che parta il solito conflitto su donne che non sanno guidare, donne che vanno piano, donne che... bah. Come se a noi la patente la desse un ente di beneficenza mentre quella per gli uomini è un vero attestato di mascolinità. A me, che mediamente non ho nulla da dover dimostrare, non da fastidio essere sorpassata. Mettiamola così: spesso sono io a mettermi da un lato quando mi rendo conto di andare piano, o preferire andar piano, per esempio quando piove forte. Mi metto da un lato, aspetto che non ci sia nessuno e riparto in tutta tranquillità. Perché non viene meno la mia autostima: preferisco non avere nessuno alle calcagna. Mi metto da un lato anche quando mi rendo conto che quello dietro ha molta più fretta di me: anche quando sto andando ad una velocità regolare, piuttosto che avere qualcuno attaccato al bauletto lo faccio passare. A me non ne va niente arrivare a lavorare mezzo minuto più tardi: voi davvero avete fretta di arrivare in ufficio la mattina. 
Poi però capitano sere in cui sono io quella che, già di mio, ha fretta. Perché sono appena fuggita da studio e non vedo l'ora di allontanarmi più velocemente possibile. Si tratta anche di strade che percorro tutti i giorni, spesso più volte al giorno, conosco come le mie tasche e percorro con una certa sicurezza. Però quello dietro deve far vedere alla bionda al suo fianco quanto è figo, decide di superarmi su una strada ad una sola corsia, in curva, sgasando e tirando un colpo di clacson. Santo cielo come sei uomo. Peccato che siamo su una strada ad una sola corsia, dove passano anche autobus, ad una delle ore di punta perché se io ho appena finito di lavorare lo hanno appena fatto anche molti altri, e siamo tutti lì, alla stessa ora nello stesso posto. Solo che io ho uno scooter, te una macchina. Appena conclusa la curva (che intanto te hai tagliato per superarmi, fregandotene della possibilità che potesse arrivare qualcuno in senso opposto) ti sei dovuto accodare a tutte le altre vetture in coda... tutto questo mentre io ti sfilavo accanto restituendoti il colpo di clacson. Giusto per rimarcare dov'è che te lo potevi infilare. 
Sì, creo risse per professione.

venerdì 24 febbraio 2017

Stella - Sergio Bambarén

Ho letto Stella di Sergio Bambarén e tutto quello che avrei da dire su questo libro probabilmente potrebbe tranquillamente esaurirsi a questo punto. Ho letto Stella di Sergio Bambarén e non so neanch'io come e perchè. O meglio, in parte lo so. Ne ho sentito parlare, non ho capito più niente all'idea di essermelo trovato immediatamente davanti agli occhi e ho iniziato a leggerlo. A suo favere l'essere un libro particolarmente smilzo, poche pagine, scritte grandi, una favola semplice che non richiede molto impegno. Però, adocchiando il genere, non capisco come possa essere finito tra le mie letture in maniera così rapida ed indolore. 
Stella, la protagonista, è una giovane pennuta, particolarmente brutta. Nasce nell'Eden ed è solita interrogarsi su vita, morte, paradiso ed inferno. Alla domanda sul perchè nel regno dei cieli lei sia dovuta nascere dall'aspetto tanto bizzarro ed insolito, Dio le risponde che in serbo per lei, scritto nel suo destino, vi sia una missione molto più importante di qualunque importanza possa mai avere il suo aspetto fisico. 
Stella viene quindi mandata sulla Terra e con le sue piccole e malandate alucce compie, insieme ai re magi, tutto il percorso sulla scia della stella cometa che la condurrà nella stalla nella notte della natività. Giusto il tempo di veder sgravare la Vergine, Stella si rimette in volo... ma è lì che si compie il suo destino. Tutte le sue piume variopinte improvvisamente assumono un senso, cadendo ad una ad una e formando uno dei più spettacolari fenomeni della natura: l'arcobaleno. 
E fin qui tutto bene. Insomma, letta così questa storia non pare neanche tanto male, se ne possono trarre degli spunti interessanti. Rileggendo le mie stesse parole mi sono fermata un attimo a domandarmi com'è che, seriamente, a metà lettura (che non impegna più di un'oretta in tutto, sia chiaro) ho pensato di mollare il colpo e regalare il libro per sempre? La bontà indiscussa di Dio, la fiducia nel regno dei cieli e le parabole piazzate qua e là ogni volta che Stella, nel corso del suo viaggio si è trovata ad incontrare le specie che popolano la Terra: il topo di città depresso, lo scoiattolo impiccione, i gabbiani vanesi... tutti sono viziati, tutti sono corrotti dal sistema, tutti hanno qualcosa che adrebbe corretto, tranne Stella, che è produzione divina. Neanche fossimo a casa Camden.

martedì 21 febbraio 2017

Sei solo la copia di mille riassunti

Qualcuno si lamenta di quanto la giustizia sia lenta.... ma la giustizia è lenta e oggi vi spiego il perchè. Almeno un po'.
Questo è il racconto di come è stato possibile perdere una mattinata (di lavoro) solo per farsi fare la copia di una CTU.Alla base vi è il problema che la CTU è stata depositata su DVD, onde evitare di sommergere l'intero Tribunale di carta e per aggirare il temibile ostacolo della capienza massima della busta telematica.
Tre DVD temerariamente depositati dall'indomito CTU il quale non ha valutato l'opportunità di predisporne una copia per ogni parte in causa facendo scivolare il cancelliere spaurito nello sconforto. E ora?
La proposta dell'intrepido utente è parsa audace: me ne fate voi una copia? Giammai, vado a parlare con il mio collega.
Il consesso dei sapienti ha sciolto a breve la riserva: quella era proprio l'opzione piú praticabile e piú sensata. Solo che lo sprovveduto utente avrebbe dovuto fornire di sua sponte la fornitura essenziale: tre DVD vergini sigillati singolarmente. La gita dal fornitore più vicino è stata necessaria.
Compiuto tale primo adempimento è giunto il momento del secondo ed ancor piú fondamentale: raggiungere l'unico cancelliere a disposizione in grado di masterizzare in disco. Gli altri non avrebbero neanche saputo da che parte incominciare e la proposta di lasciare all'intrepido utente un computer perchè si sbrigasse e se la sbrogliasse ha lasciato tutti molto divertiti, ma non era una battuta. Il cancelliere dotato della scienza indotta era, inevitabilmente, oberato di lavoro, meglio tornare tra una mezzoretta.
Una mezzoretta dopo la verità è parsa inevitabile: per sbrigarsi è anche necessaria una macchina che svolga il proprio lavoro ad una velocità accettabile, altrimenti si resta tutti lì a guardare la rotella che gira e il tempo che passa con grande nostalgia per i tempi in cui c'era la clessidra che si riempiva man mano che la macchina lavorava. Ripassi più tardi per cortesia.
Chi va piano va sano e va lontano e se sono state necessarie ore perchè il nostro intrepido utente sia riuscito ad entrare in possesso della preziosa documentazione probabilmente si dovrà concludere questa storia osservando che la giustizia è fin troppo veloce, per i mezzi che ha a disposizione.

sabato 18 febbraio 2017

Mai stati uniti

C'è Ambra, in arte Angela, (ex) segretaria nevrastenica, c'è Ricky Memphis che nei nostri cuori rimarrà per sempre Mauro Belli, clown fallito e fallimentare, c'è Vincenzo Salemme, in arte Antonio, cameriere squattrinato, c'è Giovanni Vernia, in arte Michele, disperato per professione e c'è anche Anna Foglietta alla quale qualunque cosa facciano fare le riesce bene ma della quale se ne stanno un po' tutti approfittando. In sostanza: un gruppo di gente male assortita che peggio di così non si può. 
Il pretesto per metterli tutti insieme in un fantomatico viaggio negli stati uniti, che per la cronaca ha smesso di esser figo dai tempi di Vacanze in America, è presto detto: un fantomatico uomo del mistero ha dichiarato la loro paternità in testamento, per potersi dividere la ricchissima eredità devono andare sin negli stati uniti per spargere le sue ceneri secondo la sua ultima vololtà. Un film di una banalità sconcertante con escamotage comici figli dei peggiori film di Boldi. Vedi, per esempio, l'asciugamano sparito di Vernia uscito nudo dalla doccia dell'albergo e costretto a rientrare così nella sua stanza. 
Perchè nessuno di loro faccia due domande due ai loro legittimi padri non è chiaro però, effettivamente, partono tutti per gli Stati Uniti. Mauro Belli porta con se anche il figlio, anche se questo non ha senso perchè il bambino in tutta questa storia non ha un ruolo e i dialoghi padre-figlio vanno ben a di là del confine con il realismo. Vernia, uscito dal personaggio di Zelig, decisamente non ci sa fare e, se lo lasci dire, fare le faccine e le faccine non è recitare. Di Ambra fino a due giorni fa avrei detto che ormai è una certezza, ma che questo film abbia fatto schifo anche a lei è davanti agli occhi di tutti, perchè è seriamente imbarazzante. 
Io ancora mi sto domandando che fine ha fatto quel millantato senso di famiglia ritrovata, che al cui all'inizio qualcuno ha pure accennato, se per tutto il viaggio del padre non si è neanche parlato? Vogliamo dare un senso al viaggio? Qualcosa che sia un po' più interessante delle solite gaffe da italiano ignorante all'estero, che non capisce la lingua e prende fischi per fiaschi? 
La parte megliore: Maurizio Mattioli che nel ruolo di buzzurro arricchino è sempre una certezza.
La parte peggiore: la scelta musicale figlia del peggior Studio Aperto.
Fatevi un favore, risparmiatevi quest'ora e mezza della vostra vita e dedicatela a qualcosa di più interessante.

mercoledì 15 febbraio 2017

Piccole donne - Louisa May Alcott

In una (ex) grande famiglia americana martoriata dalla guerra di secessione, vivono quattro piccole donne. Meg, Jo, Beth e Amy hanno principalmente una cosa in comune: dei nomi orribili ridotti a vezzeggiativi neanche fossero protagoniste di un medico in famiglia. 
Dopo la partenza del padre per la guerra le quattro ragazze e mammina sono costrette a cavarsela da sole, in un mondo nel quale la decadenza della famiglia è davanti agli occhi di tutti, la perdita di decoro in società è la principale onta che si possa sopportare ed essere in età da marito senza un vero pretendente non è un rischio che ci si possa assumere a cuor leggero.
Insomma, erano altri tempi ed altre erano le usanze e, tra una vicenda e l'altra delle quattro protagoniste, l'autrice trova sempre il modo di infilarci qualche perla di moralità cristiana e bigotta spesso gratuita e, comunque, non richiesta. Posso assolutamente capire perchè era uso regalare e far leggere certa narrativa a tutte le buone ragazze di famiglia, perchè crescessero rispettabili e dai seri valori. Oggi non so più se sia una di quelle letture consigliate dalle zie zitelle, nel mio caso arrivarono altri romanzi dell'autrice ma non questo che sono finita a recuperarne la lettura alla vigilia dei trent'anni.  E' uno dei grandi classici della letteratura ed uno dei grandi romanzi di formazione, certamente merita di essere recuperato una volta nella vita.
Siamo sempre lì: probabilmente avvicinandocisi in pieda adolescenza avrei avuto un'altra impressione, magari mi sarei affezionata alle ragazze, o forse avrei trovato la lettura molto più noiosa. Con la maturità dei trenta posso certamente dire che non sia una lettura noisa, certamente non particolarmente avventurosa, anche se offre qualche colpo di scena. L'età mi ha reso particolarmente insopportabili i sermoni e mi porta a concentrare l'attenzione su altri dettagli. Per fare degli esempi. 
Il padre è partito per la guerra, pur essendo solo un cappellano o qualcosa del genere. In famiglia ne soffrono tutti, ma, soprattutto, rimangono tutti senza il becco di un quattrino. Pur di tirare avanti un po' più dignitosamente Meg e Jo interrompono gli studi e iniziano a lavorare, delle loro occupazioni ne parleranno spesso e la cosa rende molto onore alla categoria, in un mondo nel quale il lavoro fuori casa è prerogativa prettamente maschile. Di cosa facciano nella vita Beth e Amy, le più piccole, è chiaramente ancora un mistero, certamente non vanno a scuola e dopo la scena delle caramelle lo sappiamo tutti alla perfezione, per il resto... ok. 
Mentre Meg e Jo, che comunque sono poco più che adolescenti, lavorano la madre si occupa di volontariato... e posso anche capire che il volontariato di oggi non è il volontariato di fine ottocento ma, seriamente? 
Meg è quanto di più vacuo ed insopportabile si possa vedere sulla faccia della Terra e, lo so, che in realtà ciò che l'autrice avrebbe dovuto comunicarci è proprio esatto opposto. Meg è la sorella maggiore, quella già in età di debutto in società, quasi in età da marito. In questo caso è ancra più importante considerare la diversità dei tempi, Meg ha soli 17 anni, oggi diremmo che è poco più di una ragazza, certamente non una donna, ma all'epoca era diverso. E' normale che pensasse alla vita in società, al trucco, agli uomini e tutto quello che ne deriva. Il problema è che è vuota come un vaso da notte. Al suo fianco ha Jo, la sorella minore che ne ha da insegnare molte all'emancipazione femminile dei 150 anni che la hanno seguita, eppure il suo pensiero è rivolto costantemente all'impossibilità a partecipare a tutte serate eleganti che le spetterebbero se la famiglia navigasse in acque migliori. In quelle poche occasioni in cui le capita di partecipare si vergogna dei suoi abiti, dei suo poveri accessori, pone moltissima attenzione ai materiali con i quali i vestiti sono confezionati e lagna davanti ai guanti rovinati. Dulcis in fundo, qualcuno le fa uno scherzo, le lascia intendere che un certo signore possa essere interessato a chiederla per moglie e invece di reagire come sarebbe stato normale reagire con un ma chi è costui? finge di rifiutare la sola idea per poi accettare sommessamente. Perchè sì, alla fine non era uno scherzo, e ci lasciano intendere che l'uomo, che lei neanche conosce, sia molto più grande di lei ma, nel momento in cui si trova concretamente davanti alla domanda non sa dire di no. Ma solo perchè tutti in famiglia le hanno detto di rifiutare la proposta, altrimenti.

domenica 12 febbraio 2017

Matrimoni ed altri disastri

Ho come il sospetto che a Margherita Buy piaccia particolarmente recitare la parte della single di mezza età, con evidenti disturbi emotivi e paturnie accessorie. In matrimoni ed altri disastri, pur non essendo una delle pellicole più alte della sua carriera, l'ho vista infatti particolarmente a suo agio.
La trama in brevissimo è questa: la sorella più giovane di Margherita Buy, in arte Nanà, o Nenè, non importa, comunque è un nome cretino, ma in ogni caso è il diminutivo del suo vero nome, il che la riabilita un pochino, si deve sposare tra un mese: il matrimonio è in alto mare e si medita il rinvio visto l'imminente viaggio di lavoro della donna che renderebbe impossibile arrivare all'altare per tempo. 
Nanà, facciamo che il nome sia quello, ha una certa avversione per i matrimoni, li odia proprio da quando è stata abbandonata ad un passo dall'altare dall'uomo più importante della sua vita, quando questo ha deciso di farsi prete. Da allora è praticamente single e vive solo per le sue passioni: la letteratura, i libri, la poesia. Insieme ad un amica (Luciana Littizzetto) gestisce una piccola libreria nel centro di Firenze (che, per la cronaca, è il delizioso sfondo a tutta la questa storia) ed ha un insana passione per un autore e professore di letteratura, dal quale ha avuto il piacere di prendere delle lezioni di scrittura creativa, che vedera come fosse Dio. 
La famiglia, dalla quale si ritiene non particolarmente appoggiata e compresa nelle scelte di vita, le chiede di organizzare le nozze per la sorella... e non è in grado di rifiutare la proposta.
Durante il mese in cui la sorella resta lontana da casa ha quindi l'onere e l'onore di compiere tutte quelle scelte fondamentali per la buona riuscita del gran giorno, tutte inevitabilmente in compagnia del promesso sposo, del quale all'inizio non ha grande stima e considerazione ma che, andando avanti, conoscerà meglio e... vabbè. Non mi sembra che la stima aumenti. Questo Lui è Fabio Volo che, nel film, fa quello che gli riesce peggio: parlare inglese.
Si tratta di un mese inevitabilmente molto inteso, iniziato alla ricerca della conferma di un tradimento da parte del promesso sposo ma culminato con la rivelazione di una relazione durata anni della promessa sposa con un uomo molto più grande di lei, portata a conclusione proprio in vista del matrimonio, proprio durante quel presunto viaggio di lavoro. La rivelazione della rivelazioni sarà comunque l'identità dell'uomo: l'autore, professore dei sogni di Nanà, usata sino a quel momento solo per avvicinarsi alla sorella. 
Durante questo mese Nanà entrarà a conoscenza anche di un altro dei segreti più torbidi e radicati della sua famiglia: sua sorella non è figlia del suo stesso padre e la cosa arriverà ad inquietarla e tormentarla ancor più di quanto la questione turbi la sua stessa sorella, che poi dovrebbe essere l'unica legittimata a sentirsi defraudata della sua identità personale. L'idea di essere sempre stata all'oscuro di tutto la innervosisce ed inacidisce ancor di più, quasi a farle meditare di sabotare il gran giorno. 
Da un lato il senso di tradimento percepito dalla sua famiglia, dall'altro la conoscenza approfondita con Fabio Volo la rendono davvero perplessa in vista del gran giorno. Sua sorella non è chiaramente quell'anima candida e pura che credeva essere, Lui non è quell'essere superficiale e vacuo che credeva, nei suo confronti ha incominciato a sentire prima una vera simpatia, poi un attrazione fisica culminata alla vigilia del gran giorno, quando anche lui, certamente insospettito dalla gradevole vicinanza sentita in quei giorni, le si reca sotto le finestre di casa nel bel mezzo dei festeggiamenti per l'addio al celibato. 
Il film si era aperto con Nanà in lacrime al matrimonio della sorella, non è quindi un grande mistero per nessuno che alla fine, nonostante tutto, starà insieme alla sua famiglia. Quello che si poteva tuttavia sperare è che, dopo di tutto questo tormento, pur in forma di commedia perchè il film resta comunque leggero e divertente, ci fosse un finale che rendesse maggiormente dignità alla storia che, già di per sè non è che lasci tutti questi colpi di scena. 
Per quanto all'addio al celibato le cose si siano fermate un passo prima dell'innevitabile, dal punto di vista della sorella minore non sarebbe comunque una cosa che potrei mai tollerare nè da mio marito, nè tantomeno da mia sorella. Dal punto di vista della sorella maggiore la sia vita pare già essere costellata da abbastanza maiunagioia, perchè non offrire un lieto fine anche a lei? Al mai una gioia si aggiunge altro mai una gioia certamente dato anche solo dall'idea di essere stata attratta dal marito di sua sorella, non di certo un traguardo personale. L'unica ragione per cui la si sarebbe mai potuta tollerare e giustificare, tanto da un punto di vista, quanto dall'altro, è se romanticamente parlando, dietro ci fosse stato qualcosa in più, una sorta di strano percorso disegnato dal fato per giungere alla realizzazione del suo desiderio di famiglia. 
Quindi si torna al momento del matrimonio, Nanà è lì che piange e cosa rivelerà allo spettatore? Di aver rovinato la vita alla sorella? Di aver realizzato di essere innamorata di Fabio Volo? Di essere triste in memoria dell'ex che l'ha mollata sull'altrare? No, è commossa. Fabio Volo e consorte (per la cronaca, Francesca Inaudi, mi perdoni se non l'ho menzionata sino a questo momento) convolano a giuste nozze e fine.

giovedì 9 febbraio 2017

Viva l'Italia

Con Michele Placido, Raoul Bova, Alessandro Gassman, Ambra Angiolini, Edoardo Leo e mezzo cast di Boris, si tratta di una di quelle pellicole Made in Italy che tenta di opporsi allo stereotipo del trash all'italiana tipico dei cinepanettoni, tentando di mettere insieme una commedia di qualità in grado di far ridere in maniera brillante. A questo fine arruolati per la causa un buon 50% degli attori di garanzia del genere. Probabilmente all'appello mancano solo Luca Argentero e Paola Cortellesi.
Detto questo partiamo dal presupposto iniziale della vicenda, uno dei peggiori stereotipi dell'italianità nel mondo, là dove vige il favoritismo, la raccomandazione è il principale criterio di scelta e gli altri sono costretti ad arrangiarsi. Tutti questi peccati capitali vengono incardinati in un solo individuo, o principalmente in lui, Michele Placido. O meglio: l'onorevole Spagnolo, al potere da una vita, in grado di estendere la sua influenza in moltissimi ambiti della società, trasversali tra di loro, come presto verranno a capire anche i suoi figli.
Ambra Angiolini, Raolu Bova e Alessandro Gassman sono tre fratelli che più diversi di così non si può, allontanati dalla vita, tornati ad avvicinarsi e volersi bene a causa della malattia del padre. Nulla di realmente invalidante: dopo un ictus una parte del suo cervello ha smesso di rispondere agli stimoli, tutto quello che gli frulla per la testa esce direttamente dalla bocca, senza più filtri, senza più inibizioni. Non è più in grado di mentire e tutto ciò che ha sempre tenuto nascosto, infangato e occultato quale vero e proprio stile di vita improvvisamente viene a galla, compromettendo quella che è la sua immagine pubblica, rischiando di compromettere la sua intera carriera. E quella di tutti gli altri che lo circondano. Unica soluzione trovata è quella di accudirlo personalmente, senza intermediari e senza l'appoggio della moglie, compagna di vita, specchietto per le allodole di una certa morale cattolica propagandata in pubblico dietro alla quale si sono nascosti anni di tradimenti ed adulteri.
Ambra è un'attrice, una di quelle proprio ma proprio cagne, come direbbe il maestro Renè Ferretti, con fastidiosissimi ed evidentissimi difetti di dizione, in grado di lavorare nella fiction italiana ed in ambito pubblicitario solo grazie alle telefonatine del padre. 
Raoul Bova è un medico, una di quelle persone che si è sempre voluta allontanare dalla famiglia e da quello che rappresentava, ambendo a farcela con le proprie forze, preferendo lavorare in un piccolo ospedale bistrattato piuttosto che nella grande clinica di pregio nella quale avrebbe potuto essere inserito senza difficoltà. E' uno che crede nei suoi principi ed è certo di aver portato tutto avanti solo e soltando grazie alla forza di volontà, disprezzando quelli che sono disposti a cedere a compromessi: purtroppo la demenza del padre gli rivelerà delle amare verità, perchè il padre, direttamente o indirettamente, è stato in grado di arrivare là dove non si sarebbe immaginato, rendendolo, di fatto, non più pulito di tanti altri.
Alessandro Gassman chiaramente ha delle bollette da pagare, l'attore intendo, non il personaggio, perchè altrimenti come finisca in certi film per me è un mistero. Il suo personaggio è quello di un amministratore delegato di una grande società che si occupa della distrbuzione di alimenti negli ospedali e che, per questo motivo, in qualche modo è collegato anch'egli all'attività del fratello nel piccolo ospedale sfigatello dove lavora Raoul Bova. Sulla carta è un uomo che non ha da chiedere altro dalla vita: una carriera, una famiglia: una bella casa, una moglie un figlio, modello mulino bianco. Nella realtà all'interno di quella casa si odiano tutti, il figlio rapper ostenta al mondo l'inettitudine del padre, la moglie gli mette le corna ed anche a lavoro, una volta affievolita l'ombra del padre le prospettive di carriera hanno incominciato ad assottigliarsi. Insomma: la sua vita è un disastro ed il motivo principale per cui è così tanto un disastro è la sua incapacità ad inquadrarla come tale, a vedere la realtà dei fatti un palmo più in là del suo naso. Ad aiutarlo in tal senso incontrerà una donna, una delle ultime ruote dell'ingranaggio dell'azienda, addetta alle pulizie o poco più in là, una persona alla quale qualche tempo prima non avrebbe neanche rivolto la parola, una persona della quale non si sarebbe neanche accordo, della quale si innamora una volta rimosse quelle grosse grasse fette di prosciutto che porta sugli occhi.
Grosse fette di prosciutto dagli occhi, in fondo, sono quelle che si sono dovuti togliere un po' tutti dagli occhi, qualcuno si è arreso all'evidenza che è così che le cose sono destinate ad andare, qualcuno ha accettato le conseguenze disastrose di un cambio di rotta. Anche il padre, Michele Placido, alla fine deciderà di andarsi a costituire, raccontare alle autorità quello che nella vita ha fatto e quello che si stava per portare nella tomba, accettando comunque l'idea del cambiamento con la consapevolezza che comunque "il sistema" non è semplicemente il modo in cui vanno le cose, ma qualcosa di sbagliato. Qualcosa che è reato. Una piccola morale alla storia sulla quale, tuttavia, non è il caso di soffermarcisi più di tanto. Non è tratta di un film di denuncia, non era nelle sue intenzioni ed è sbagliato andare a cercarci qualcosa in più di quanto non sia. Comunque una commedia.

lunedì 6 febbraio 2017

E' una vita che ti aspetto - Fabio Volo

Parliamone seriamente: io ho una strana ed insana ossessione per i libri di questa edizione di Fabio Volo. Ogni volta che li vedo il libreria mi metto in uno stato di serenità che non è facile descrivere a parole, quasi surreale. Ed il motivo per cui ho iniziato a collezionarli è esattamente questi. Vederli lì, in libreria, cromaticamente ordinati... roba che mette un brivido. C'è anche una questione tattile: dalla foto non si capisce ed è altrettanto difficile da spiegare ma la carta con cui sono fatte queste copertine è gommosa, ti invogliano proprio a tenerli in mano. Ditemi che Mondadori non ha riservato questo trattamento solo a Fabio Volo perchè, seriamente, io tornerei anche a comprare libri. 
Invece no: breve premessa. Anche questo libro non è stato acquistato da me. Giuro di non averlo rubato, quindi tutto legale posso ritenermi in regola con la coscienza e con il fisco, andiamo avanti, era solo per dire che io i miei soldi per questa roba non li spendo. 
Posto che il primo motivo per cui questo libro è entrato in casa mia è la copertina, giunse un momento random della mia vita in cui mi sono anche ritrovata, addirittura, nella situazione di aprirlo e volerlo leggere. Non posso negarlo: questo libro mi ha delusa. Speravo seriamente fosse qualcosa di abbastanza trash da distrarmi da quello che mi stava frullando per la mente. E' andata a finire che, invece, si è rivelato solo un libro bruttino. Tranne, giusto, quella perla iniziale del "Mi chiamo Francesco, ma tutti da sempre mi chiamano Checco".
Protagonista quindi è Checco, ma forse anche no. Protagonista è lo stesso Fabio Volo, sotto falso nome, o forse è quello che vuol far credere di essere (stato) nella fase della sua vita pre nascita dei pargoli, tanto che ad un certo punto l'io narrante - scrivente finisce per rivolgersi direttamente al lettore ... ma ... what?! 
Una volta presa familiarità con lo stile di scrittura di Fabio Volo, il libro non è neanche scritto male, ciò che proprio non quadra è l'autoesaltazione del protagonista che tenta di travolgere il lettore nelle proprie turbe mentali, pretendendo una certa tortuosità interiore fine a se stessa, nella quale dovremmo immedesimarci ma che invece... NOPE
Divertente è il punto in cui, a pagina 150, o giù di là, si mette pure a fare il riassunto di quanto visto sino a quel momento. C'eravamo anche noi, sai? Non è necessario che ci racconti tutto da capo un'altra volta. Soprattutto quando sino a quel momento non è successo assolutamente niente. Il fatto è questo: Fabio, ovvero Checco, è giunto sulla mezza età è si è fermato un po' a riflettere. La vita non lo fa impazziere, la sua di vita, intendo. L'unico amico che si ritrova sulla faccia della Terra lo sta abbandonando per andare a lavorare dall'altro capo del mondo... e lui non abbandonerebbe mai niente e nessuno per il suo lavoro, perchè anche quello gli fa schifo. La sua vita non ha la qualità che avrebbe voluto quando era più giovane, non riesce a smettere di fumare, conoscere persone con cui valga la pena trascorrere del tempo, e via così... solo che rimuginando rimuginando non si arriva da nessuna parte. 
Non è che io mi aspetti che tutti i libri siano d'avventura, che lascino grande spazio all'intraprendenza del protagonistra e mi appassionino in ogni pagina, esistono grandi opere di introspezione personale, però lungo il cammino è necessario fare dei passi in avanti, è necessaria una certa evoluzione del personaggio che porti alla sua maturazione, che lo conduca sulla strada "giusta". Chi può dire quale strada sia giusta è quale è sbagliata? L'importante è giungere al percorso che ci si è prefissati.
Ah, ma l'ho detto che a Checco la madre ha insegnato a fare il pane da piccolo e, ora, in preda alla crisi di mezza età, ha preso part time al lavoro per lavorare in un forno alla notte? Sempre perchè il protagonista non è Fabio Volo in persona.
Comunque, morale della favola, per chi se lo stesse chiedendo, giunto alle ultime 6 pagine, il protagonista pare aver smesso di fumare da circa sei settimane, incontra una ragazza con la quale non va a letto al primo appuntamento, ma che ha voglia di conoscere meglio, e per la quale mette il deodorante in macchina.

sabato 21 gennaio 2017

Il marito in collegio - Guareschi

Tra i mai più senza della mia vita entra di diritto Guareschi. Durante lo scorso 2016 ho dato il via ad una lettura e rilettura di alcuni dei suoi romanzi, lasciati un po' troppo ad attendermi in libreria: da adesso in poi questa situazione di stallo non dovrà mai più verificarsi. Assolutamente. Questo è stato il turno di una rilettura, molto molto piacevole. Il marito in collegio è una di quei romanzi sulla scia de il destino si chiama Clotilde, surreale, divertente, di puro intrattenimento. Un vero capolavoro. 
Protagonista della sfortunata vicenda è Camillo Debrai, un umile intagliatore entrato per sventura nelle grazie di Carlotta Wonder e dell'intera famiglia Madellis. 
La famiglia Madellis, di origine nobilissima e prestigiosa, a causa di una serie di intricatissime vicende ereditarie si ritrova davanti alla necessità di maritare la più giovane delle sue figlie entro 48 ore. Data l'urgenza e l'impellenza della situazione, Carlotta ha passato al vaglio tutti i suoi pretendenti ma nessuno era realmente in grado di soddisfare i gusti dello zio Casimiro. Quando la situazione è giunta sino al punto di non ritorno, Carlotta dalla sua finestra ha modo di scorgere Camillo, la cui bottega confinava fatalmente con casa Madellis. 
A Camillo la signorina Carlotta non era affatto indifferente, in più di un'occasione si era ritrovato a scorgerla dalla finestra e tutte le mattine, infatuato come un ragazzino, era solito lanciarle dalla finestra un mazzolino di fiori, senza che lei, peraltro, si interrogasse mai sull'orgine dell'omaggio. Per questo motivo, nel momento in cui è stata chiesta la sua disponibilità a maritarsi nel giro di poche ore ha avuto serie difficoltà a rifiutarsi. Tuttavia, una volta concluso l'affare, è stata la famiglia di Lei ad avere serie difficoltà ad accettarlo temendo seriamente che tutta questa vicenda potesse compromettere l'immagine della famiglia. In un primo momento tentano di segregarlo nelle sue stanze, poi lo spediscono in Svizzera, in un collegio privato nel quale potesse imparare le regole di base per stare in società. Da questo momento in poi è tutto un susseguirsi di vicende buffe e situazioni paradossali una dietro l'altra, tutto questo ovviamente condito dall'irresistibile stile di Giovannino Guareschi.